Credere per vivere

Gennaio 26, 2008

Credere per  vivere, il nuovo libro di Rosanna Bricchetti Messori verrà presentato il 25 gennaio dall’autrice stessa e dal marito Vittorio Messori presso la biblioteca Capitolare di Verona alle ore 20.45.


CREDERE PER VIVERE

Gennaio 26, 2008

Il nuovo libro “credere per vivere” scritto da Rosanna Messori, verrà presentato dalla stessa autrice e dal marito Vittorio Messori venerdi 25 gennaio, alle 20.45 presso la Biblioteca Capitolare di Verona.


Agli appassionati lettori di Vittorio Messori

Ottobre 30, 2007

Slitteranno sicuramente di un anno i tempi di consegna e di pubblicazione dell’ultima fatica di Vittorio Messori, il libro intervista con Andrea Tornielli dal titolo “Perchè Credo”.La pubblicazione del volume -inizialmente programmato per quest’inverno- è infatti prevista per l’autunno del 2008.


IPOTESI SU PADRE PIO, LA FEDE OLTRE LA STORIA

Ottobre 30, 2007

Corriere della Sera, 26 ottobre 2007

Ipotesi su Padre Pio, la fede oltre la storia

di Vittorio Messori


Il Padre Pio di Sergio Luzzatto è un libro importante e serio. Per questo, non gli rendono giustizia certe anticipazioni giornalistiche che – dalle oltre 400, fitte pagine – estrapolano “rivelazioni” e “gialli”, come le richieste da parte del frate di acido fenico e di veratrina, quasi fossero le sostanze con cui procurarsi stigmate truffaldine. A questi sospetti -provenienti soprattutto da ambienti clericali- hanno già dato risposta da decenni non solo gli agiografi del frate, non solo perizie e controperizie di illustri clinici, ma anche le inchieste implacabili delle commissioni vaticane che hanno portato alla beatificazione del 1999 e alla canonizzazione del 2002. Libro serio, dicevo, che non merita presunti scoop da rotocalco; libro nato da anni di lavoro, da ricerche a tutto campo, non solo negli archivi (da cui sono emersi molti documenti inediti) ma anche nel fall out mediatico e magari spettacolare del “fenomeno padre Pio”. Una serietà di indagine -unita a un gusto gradevole per la divulgazione che non disdegna l’aneddoto e la curiosità- di cui sarebbe sleale sospettare, basandosi solo su sviste sorprendenti: ad esempio, la veggente di Lourdes, Bernadette, indicata sempre e solo come Soupirous e non Soubirous, come sanno non gli specialisti ma tutti i milioni di pellegrini alla grotta dei Pirenei.

Ci voleva, dunque, un ancor giovane ma già temprato studioso di tradizione ebraica per riempire una lacuna di informazione sul francescano che Luzzatto stesso (pur parlando di boutade, ma non troppo) definisce ” l’italiano più importante del secolo scorso”. In ogni caso come risulta da ogni indagine, il più pregato, accanto a Giovanni XXIII, oggetto anch’egli di un vastissimo culto popolare . E’ uno dei paradossi o, se si vuole, dei molti enigmi di questa storia: sono accomunati nella devozione della gente -e nella quasi contemporanea elevazione agli altari- il “papa buono” e “lo stigmatizzato del Gargano”, i cui rapporti furono o nulli o, addirittura, di “persecuzione” da parte di un pontefice dal polso ferreo sotto l’aspetto bonario. Luzzatto non ha torto nel rivendicare di avere colmato un vuoto: da una parte una vastissima , ripetitiva, spesso acritica produzione editoriale di devoti; dall’altra, gli scherni e le sbrigative liquidazioni di un anticlericalismo come quello dei pamphlet che vanno oggi per librerie. E dai quali Luzzatto prende subito le distanze, indicando esplicitamente, come esempio da evitare, le invettive goliardiche di un ex-seminarista enragé come Piergiorgio Odifreddi

Un vuoto riempito, dunque . Ma come? Certamente non solo con un lavoro lungo e tenace, ma con una pietas e un rispetto lodevoli. Ci sarà tempo e luogo per confrontarsi, e magari dissentire, sulla documentazione, di prima mano ma utilizzata secondo un taglio “politico” (che si annuncia sin dal sottotitolo) che fa l’interesse del libro per i laici ma che è estraneo alla prospettiva del santo e della folla dei suoi devoti . Una incomprensione di un certo modo di sentire e di vivere la fede cattolica che, peraltro, non è certo rimproverabile a uno storico della formazione di Luzzatto. Sembra poco presente qui, la consapevolezza della “ambiguità” necessaria nelle cose cristiane dove, per preservare la libertà di accettare o di rifiutare, sempre vige la dialettica rilevata da Pascal: << Abbastanza luce per credere, abbastanza buio per dubitare >>. Alter Christus secondo i devoti, Padre Pio condivide la sorte di Gesù stesso, considerato dalla Nomenklatura del tempo un impostore, un falso Messia, oltre che <> .

In ogni caso, Luzzatto si è accorto e, lo scrive, che << padre Pio è ormai ovunque>>, che non possiamo più prescindere dalla presenza enigmatica di un frate che pur non si mosse, per mezzo secolo, da un disadorno convento nel Sud più profondo. E’ ovunque: nelle gigantografie dei Tir sulle autostrade e nelle cornicette d’argento sui tavoli dei Vip, nel borsellino della massaia e nel portafoglio del professore. C’è, qui, il mistero di una presenza carismatica che stringe da vicino una infinità di vite. La mia stessa, alla pari di innumerevoli altre, magari con piccoli prodigi dove brilla l’attenzione e la misericordia per le cose quotidiane. Se è lecito, dunque, (e per capire), un aneddoto personale : una spastica grave che non ho mai visto di persona ma con la quale intrattengo da decenni un rapporto epistolare, molto imparando dal suo sensus fidei. La sua desolazione, anni fa, per il ritardo nel ricevere posta, a causa di miei viaggi e di superlavoro, il suo rivolgersi a padre Pio, di cui è ovviamente devota, e l’immediato, forte profumo di fragola che è per lei il segno di essere stata ascoltata. Il mattino dopo, ecco la lettera. Ma, dall’annullo sul francobollo, risultava spedita il giorno stesso, soltanto un’ora prima: e tra le nostre case corrono più di 300 chilometri. L’esclusione, da parte del direttore dell’ufficio, che fosse possibile un’errore nel timbro, errore impensabile ma che, comunque, avrebbe portato a un ritardo, non a un anticipo della data. Poco tempo dopo, una mia visita a un convento lombardo di cappuccini, l’incontro con un vecchio frate che fu a lungo segretario del Santo, sul Gargano. Al racconto dell’episodio, nessuna sorpresa ma un gesto di condiscendenza: << Roba normale, niente da stupirsi. Quando aveva una lettera che gli stava a cuore, mi diceva di metterla nella buca in piazza : ma al recapito provvedevano gli angeli custodi. Un’ora dopo, puntualmente, arrivava>>.

Che fare, con un tipo così? Studiarne la storia, certo, ma consapevoli che c’è, qui, una meta-storia che, per dirla col Vangelo <<è rivelata ai piccoli e ai semplici ed è nascosta ai sapienti del mondo>>.


Diana e madre Teresa: un filo le univa

Settembre 27, 2007

Articolo scritto da Alessandra Borghese, tratto dal sito personale di Alessandra: http://www.alessandraborghese.it

ALESSANDRA BORGHESE

Diana e Teresa, il senso della vita

Che cosa hanno in comune la Beata Madre Teresa di Calcutta e la Principessa Diana? Bella domanda! Apparentemente nulla, anzi a prima vista contrapporre sacro e profano potrebbe sembrare uno scoop pubblicitario. Fatto sta che entrambe si sono ritrovate su un francobollo per commemorare il decimo anniversario della loro scomparsa. Un francobollo realizzato dall’amministrazione dell’Isola di Ascensione, un territorio del Regno Unito situato nel sud dell’Oceano Atlantico, che al tempo del conflitto delle Isole Falkland, divenne di vitale importanza. Indubbiamente una bella intuizione perché è andato a ruba tra i collezionisti ed è ormai introvabile.
Come è noto Madre Teresa moriva a Calcutta il 5 settembre del 1997 all’età di 87 anni stremata dalla fatica di una vita dedicata agli ultimi. Diana, principessa del Galles, rimase invece tragicamente uccisa in un mortale incidente d’auto pochi giorni prima, il 31 agosto, all’età di 36 anni.
Anche se per vie diversissime, queste due donne sono state tra le più celebrate figure del XX secolo. Certamente il tentativo dell’accostamento è stata una scelta ardita, anche se il vederle insieme non stupisce affatto, forse perché la gente ha voluto bene a Diana e capisce il valore di madre Teresa.
Ma cosa cercava Diana in Madre Teresa? Molti ancora oggi si chiedono come mai la giovane principessa Diana andò in India a lavorare da Madre Teresa? Alcuni arrivarono a criticare Madre Teresa per averla accolta. Madre Teresa rispose che non aveva accolto la principessa di Galles, ma una giovane che aveva bisogno di conforto e che nel lavoro della carità trovava forza per alimentarsi nella fede.
La fotografia scelta per il francobollo ritrae Madre Teresa e la Principessa Diana durante il loro primo incontro avvenuto a Roma nel febbraio del 1992. L’ultimo fu invece a New York in forma privata nel giugno del 1997, pochi mesi prima delle loro rispettive “dipartite in cielo”. Il foglio dei francobolli, ognuno del valore di 50p , include una fotografia di Diana sul bordo. E’ interessante notare che i francobolli sono stati stampati da BDT International Security Printing, una società con base a Dublino. Fu proprio in quella città che nel lontano 1928 una giovanissima suora prendeva il nome di Maria Teresa ed entrava nell’Istituto della Casa di Loreto.
Due donne con due storie diverse, due personalità universalmente conosciute che hanno avuto un grandissimo impatto nell’immaginario della gente. Madre Teresa apparentemente fragile di costituzione aveva una fortissima determinazione interiore. Diana esteriormente forte e decisa era invece debole, squilibrata e sofferente nella ricerca di amore. Incapace di sostenere il ruolo di principessa reale che le stava indubbiamente scomodo e stretto.
Certamente Diana era bella e giovane, mentre Madre Teresa vecchia, piegata dalla fatica e piena di rughe. Diana era sempre sotto i riflettori, ammirata e additata come icona dell’eleganza universale, mentre interiormente si consumava. Madre Teresa emanava serenità perché aveva trovato il senso della vita e rifuggeva gli onori e i riflettori.
In una società basata sull’edonismo, il consumismo e l’egoismo il messaggio di amore di Madre Teresa è andato nel profondo anche del cuore della principessa Diana, e ancora oggi corrisponde ad una precisa esigenza, soprattutto tra i giovani. Diana ha saputo però amare come madre, come ci hanno ricordato le dolcissime parole di suo figlio il principe Harry: “Nostra madre è stata la migliore madre che potevamo avere, sempre piena di amore e attenzione nei nostri confronti”.
Molto probabilmente tra queste due donne era nato un feeling privilegiato. L’amore che emanava la santa di Calcutta aveva attirato la principessa triste. Per questo nel cuore della gente sono in un certo qual modo unite.

MADRE TERESA

LADY D


L’unico miracolo a cui é impossibile non credere

Settembre 17, 2007

Stefano Paci intervista Vittorio Messori, su “tracce” nel 1999. Il tema dell’articolo é un miracolo, anzi non un mircolo qualsiasi ma il miracolo per eccellenza.

Elogio al materialismo

A stupire, Vittorio Messori è abituato. In un Paese in cui trentamila copie di un volume bastano a fare un bestseller, il suo primo libro, Ipotesi su Gesù, di copie ne ha vendute oltre un milione. Non pago, ha poi “sequestrato” il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, l’austero cardinale Joseph Ratzinger, e per una settimana l’ha sottoposto ad un vero e proprio interrogatorio e ne ha registrato le risposte. Non era mai accaduto nella storia della Chiesa, e il libro-intervista Rapporto sulla fede per anni è stato al centro del dibattito sul cattolicesimo. Poi, ha rivolto ad un’altra persona le sue domande, e questa volta si trattava dell’attuale Pontefice, papa Wojtyla. Varcare la soglia della speranza è stato tradotto in 53 lingue.

Ma adesso, forse, Messori ha esagerato. Il suo nuovo libro (Il Miracolo, Rizzoli) ha la pretesa di raccontare che almeno una volta, nella storia, il prodigio per eccellenza, quel miracolo “impossibile” su cui così spesso si ironizza, è avvenuto: un arto tagliato è ricresciuto. Tra le dieci e le undici di sera del 29 marzo 1640 un giovane contadino spagnolo, Miguel Juan Pellicer, si sarebbe risvegliato avendo di nuovo la gamba che gli era stata amputata due anni e mezzo prima. Il miracolo -compiuto per intercessione di Nostra Signora del Pilar, la veneratissima Madonna di Saragozza davanti al cui santuario Miguel Juan aveva per anni mendicato- avvenne nel villaggio aragonese di Calanda, dove il giovane era ritornato per salutare i genitori. Un evento sconvolgente di cui quasi si era persa la memoria.

Difficile da credere? Noi abbiamo fatto la parte dell’”avvocato del diavolo”. Abbiamo cioè posto a Messori, che scrive come un giornalista ma si documenta come un diligente professore universitario, alcune di quelle obiezioni che su questo “miracolo impossibile” formulerebbe l’uomo comune.

I cristiani credono ai miracoli, certo. Ma sembra che Dio si sia sempre dato una specie di limitazione per rispettare la libertà dell’uomo. I prodigi, cioè, non sono mai così clamorosi da rendere automatico il credere. Per spiegarli si può sempre ricorrere a qualche causa scientifica che non è ancora stata scoperta. Questo miracolo, invece, sembra del tutto “impossibile”. Davvero lei crede che una gamba amputata sia rispuntata?

VITTORIO MESSORI: Non lo nego, questo miracolo è sconcertante. Lo è stato anche per me. In realtà anch’io avevo uno schema in testa, e la scoperta di questo prodigio lo ha messo in crisi. Il mio era lo schema di Pascal: Dio non impone la fede, la propone. Mi dicevo: se Dio compisse un “miracolo spettacolo”, se facesse ricrescere un arto tagliato, la nostra libertà sarebbe annullata, saremmo messi con le spalle al muro e dovremmo arrenderci all’evidenza.

Così, quando trovai rari accenni a questo miracolo avvenuto nel paesino di Calanda, non mi sentii spinto ad approfondirlo, non lo presi sul serio. Io stesso non volevo arrendermi fino a quando, studiando i documenti, ho riscontrato l’indubitabilità del fatto. Alla fine ho allargato le braccia: ho accettato il mistero, perché a questo mi costringeva l’evidenza. È il modo più ragionevole per usare la ragione.

Però non era mai accaduto un miracolo simile nella storia: è come se qui, a Dio, fosse sfuggita la mano…

MESSORI: O, se è possibile scherzarci sopra, fosse sfuggita la gamba. Sì, è vero, si tratta di un caso unico: in questo caso Dio è andato al di là di quello che ha sempre fatto, sia prima che dopo. Ho studiato a lungo i 65 miracoli riconosciuti a Lourdes. In tutti ho sempre trovato questa sorta di strategia del Deus absconditus. Anche in quelli più clamorosi ci sono ottime ragioni per credere, ma ci sono sempre scappatoie per non credere. C’è il caso di Peter van Rudder, il belga a cui per miracolo venne ricostruita la gamba spezzata e si riformarono sei centimetri d’osso. Il miracolo però si vede solo con le radiografie, e uno può dire: magari non era rotta davvero. Tanto che Émile Zola, di fronte alla grotta di Lourdes, disse, beffardo: “Qui vedo molte stampelle, ma nessuna gamba di legno”. Invece, almeno una volta nella storia, questo è accaduto: nel santuario di Nostra Signora del Pilar, a Saragozza, fu appesa una gamba di legno.

E, fatto ancor più straordinario, il miracolo è perfettamente documentato: 62 ore dopo l’evento questo fu registrato dal rogito di un notaio reale. Al processo davanti al tribunale dell’arcivescovado di Saragozza sfilarono decine di testimoni giurati, ma migliaia di altre persone avrebbero potuto testimoniare: il prodigio fu un fatto pubblico. Il giovane miracolato era un monco che tutta Saragozza per due anni e mezzo aveva visto tutti i giorni alle stesse ore alla stessa porta chiedere l’elemosina.

Per quanto straordinario, il fatto è attestato in modo così granitico che se negassimo che fino alle ore 22 del 29 marzo 1640 Miguel Juan Pellicer aveva una gamba sola, e mezz’ora dopo ne aveva due, dovremmo negare la storia stessa. Che so, l’esistenza di Napoleone.

D’accordo, un notaio ha certificato il miracolo. Ma il miracolo è accaduto secoli fa, e si sa come andavano le cose in quei tempi. Le testimonianze che lo documentano non saranno poi così certe

MESSORI: Il rogito del notaio reale, il dottor Miguel Andréu, steso seguendo ogni regola del diritto, è inattaccabile. E, sul piano storico, è garanzia di straordinario valore che un evento di questo genere si sia verificato in quel periodo in Aragona, patria dell’Inquisizione spagnola, allora al culmine della sua potenza. L’Inquisizione era un’istituzione dettata dal razionalismo della religione cattolica, ed assai più dell’eresia temeva e reprimeva la superstizione, i falsi miracoli. Era assolutamente implacabile nell’intervenire laddove c’era anche solo semplicemente il sospetto di visionari o di annunciatori di prodigi fasulli. Basti dire che nei secoli in cui l’Inquisizione controlla la Spagna non ci sono notizie di apparizioni mariane, al contrario di quanto avviene in Italia, in Francia o in Germania.

Così nel lungo, rigoroso processo canonico iniziato due mesi appena dopo l’evento nella diocesi di Saragozza, si sente che l’arcivescovo ha sul collo il fiato del grande inquisitore. Basti ricordare che il grande inquisitore di Spagna mise in galera il cardinale arcivescovo di Toledo. Il tribunale dell’Inquisizione veniva chiamato la “Suprema” perché aveva un potere quasi onnipotente, e poteva mettere in difficoltà anche il re.

Il fatto che l’Inquisizione lasci che il processo si svolga e che addirittura si proclami il prodigio, il 27 aprile del 1641, per lo storico è una garanzia assolutamente straordinaria.

Documenti su questo prodigio, dunque, ce ne sono a bizzeffe. Ma documenti risalenti al Seicento hanno la stessa validità storica di una inchiesta fatta oggi?

MESSORI: No, non la stessa: maggiore. Oggi probabilmente quel rigore d’inchiesta storica si è perso, e se volessimo ricostruire la storia sulle pagine dei giornali, staremmo freschi. Il processo non si svolse nel Medioevo, ma un secolo dopo il Concilio di Trento e sotto il pontificato di Urbano VIII che aveva proprio allora emanato nuove, rigorose norme per il riconoscimento dei miracoli. Le regole con le quali si svolge quel processo sono le stesse che verranno usate per più di tre secoli, fino a dopo il Vaticano II. E il problema dell’arcivescovo non fu trovare testimoni, ma limitarne il numero. Il miracolato -un giovanotto di ventitré anni con la gamba tagliata che per due anni e mezzo staziona sempre allo stesso posto, all’ingresso del santuario della Madonna del Pilar, dove per tradizione gli abitanti di Saragozza vanno ogni giorno- era diventato un personaggio che tutti conoscevano. A favore della garanzia storica c’è anche il fatto che non si sia mai levata nessuna voce di dubbio o di esitazione. E tutto questo senza alcun fine di lucro: Calanda non è mai diventata una Lourdes o una Fatima.

E se si fosse trattato di un gemello, o di un sosia di Miguel Juan Pellicer?

MESSORI: Un gemello no, perché i registri parrocchiali di Calanda sono stati conservati, e Miguel Juan Pellicer non aveva alcun gemello. Nelle decine di pagine del processo viene esaminata tutta la situazione familiare e vengono fatte tutte le domande possibili, anche le più insidiose. Un sosia, invece… uscito da dove? E come si fa ad ingannare dei compaesani sospettosi? E, soprattutto, perché? Questo è un miracolo gratuito in cui nessuno ci guadagna nulla, nemmeno la famiglia. Filippo IV, il re di tutte le Spagne -c’era ancora l’impero su cui non tramontava mai il sole- dopo il processo s’inginocchiò a baciare la gamba risanata di questo contadino, ma a Miguel Juan non venne mai data una pensione: muore da mendicante come era vissuto.

Il ragazzo è stato riconosciuto da tutti, ed era stato operato dal più noto chirurgo di Saragozza, il professor Estanga, assistito da due ottimi medici e da tre infermieri: era presente anche un prete, amministratore dell’ospedale. Tutti testimoniarono al processo, parlando anche del luogo in cui era sepolta, secondo le usanze, la gamba tagliata. Coloro che gli facevano l’elemosina hanno ricordato che non solo Miguel Juan non nascondeva la gamba, ma che mostrava il moncone con la ferita cicatrizzata per esortare all’elemosina.

Insomma, secondo lei è impossibile non credere a questo miracolo. È davvero convinto che questa volta non ci sia spazio per l’incredulità?

MESSORI: Non ci sono dubbi e, ripeto, mi sono arreso a fatica. Ho studiato il caso per anni e non ho lesinato tempo, fatica e viaggi. Quello che ho scritto è un libro di storia, una storia che però cozza contro il mistero. Ogni storico farebbe salti di gioia se gli eventi che studia fossero attestati in questo modo, con tale ricchezza e sicurezza documentaria.

Ma se tutto è così evidente, così perfettamente documentato e incontrovertibile, perché un miracolo così clamoroso è stato dimenticato per tanto tempo?

MESSORI: Il 1640 non è un anno come gli altri per la Spagna. Nei manuali di storia è indicato come il discrimine in cui inizia il rapido e rovinoso declino del dominio spagnolo e della sua influenza politica ed economica. Poche settimane dopo el gran milagro, scoppiano due insurrezioni terribili: il Portogallo si distacca dalla Spagna, e contemporaneamente insorge anche la Catalogna. In quell’anno cominciano le disfatte dei reggimenti spagnoli nelle Fiandre. Ci sono insurrezioni anche nell’Italia spagnola: Masaniello guida la rivolta nel Regno di Napoli. È l’anno in cui il conte-duca Gaspar de Olivares, quello citato nei Promessi sposi, scrive al re: “Non sappiamo se l’anno prossimo ci sarà ancora una Spagna”. E arrivarono la peste, la carestia: tutto congiurò perché questo miracolo fosse poco conosciuto al di fuori del Paese. Poi vennero i secoli dell’Illuminismo e dello scientismo, che fecero di tutto per nasconderlo, perché imbarazzante. Era l’esatta risposta a quello che veniva chiesto da tutti i Voltaire dell’epoca: poter vedere una gamba recuperata.

Secondo le testimonianze, la gamba “miracolosa” di Miguel Juan Pellicer non è, se così si può dire, ricresciuta: è proprio la stessa gamba che era stata amputata più di due anni prima -e che, sepolta nella terra, era necessariamente imputridita- ad essere ricomparsa. Una specie di resurrezione della carne avvenuta prima della fine dei tempi. Questo sembra più difficile da credere…

MESSORI: Sì, la gamba fu subito riconosciuta. Aveva tutti i segni, inconfondibili, che c’erano sull’arto amputato: la cicatrice causata dalla ruota del carro che aveva fratturato la tibia nell’incidente che aveva provocato l’amputazione, le tracce del morso di un cane sul polpaccio, i resti di una grossa cisti asportata, due profondi graffi lasciati da una pianta spinosa. Insomma, una gamba tagliata quando già era divorata dalla cancrena e sepolta per due anni e mezzo nel cimitero dell’ospedale di Saragozza, viene reimpiantata di colpo a Calanda, a cento chilometri di distanza. Quando andarono a controllare il posto in cui era stato sotterrato l’arto, trovarono la buca vuota. I primi giorni la gamba, secondo le testimonianze, aveva un aspetto come di carne morta: era fredda, bluastra. Col passare del tempo, e lo scorrere del sangue, tornò normale.

Forse, se questo miracolo è rimasto nascosto per tanto tempo, è perché ne avevamo bisogno proprio noi, uomini di oggi. Perché questo prodigio non è soltanto un segno dell’esistenza di Dio: è un segno di sano materialismo cristiano. E ciò che oggi minaccia il cattolicesimo non è certo il materialismo, ma lo spiritualismo, la gnosi: molta della nuova teologia cattolica è una teologia gnostica.

Questo è un miracolo “teologicamente scorretto” perché contrasta con il regno dello spiritualismo che ci minaccia. Basta un Platone qualunque per credere nell’immortalità dell’anima. I cristiani, invece, credono nella resurrezione dei corpi, proprio ciò che tanta teologia oggi non annuncia più.

Quali sono state le reazioni al suo libro?

MESSORI: Da manuale. Prima ancora che il libro uscisse sono bastati tre annunci dell’editore e Beniamino Placido su la Repubblica ha scritto un articolo dal titolo significativo: Un libro su un miracolo: non vedo l’ora di non leggerlo. Placido, a nome dell’intellighenzia laica, ha detto che si trattava certamente di una bufala, e non bisognava perdere tempo e soldi per leggere un libro così. Rifiuto previo. In realtà, è il credente il vero libero pensatore. Perché ha un concetto di ragione libera da gabbie ideologiche. Come diceva Gilbert Keith Chesterton: “Un credente è un signore che accetta il miracolo, se ve lo obbliga l’evidenza. Un non credente è, invece, un signore che non accetterà neppure di discutere di miracoli, perché a questo lo obbliga la dottrina che professa e che non può smentire”.

E le reazioni da parte cattolica?

MESSORI: Appena il libro è uscito, un guru dell’intellighenzia cattolica, Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, cattolico aggiornato e teologicamente corretto, ne ha fatto una stroncatura feroce su Tuttolibri, l’inserto letterario della Stampa. Anche lui senza confrontarsi con il libro. Ha detto che qualunque cosa ci fosse scritta era “inutile e dannosa”. Inutile, perché quelli come lui, che hanno una fede pura e dura, non hanno bisogno di miracoli; dannosa perché prodigi, madonne, santuari e pellegrini, sono cose alienanti per chi ha una fede “adulta”.

Quando ho letto queste due recensioni, ho sorriso compiaciuto: nel libro avevo previsto esattamente queste reazioni. Ma avevo anche previsto altro: due mesi dopo l’uscita, Il Miracolo era alla quarta ristampa e stanno per essere pubblicate molte traduzioni.


FATIMA: c’é un QUARTO segreto da RIVELARE

Settembre 4, 2007

Lo scorso 22 novembre é stato pubblicato il nuovo libro di Antonio Socci dal titolo <il quarto segreto di Fatima> edito da Rizzoli. Un libro che ha acceso tante discussioni, anche all’interno della chiesa stessa. Qui di seguito vi propongo una piccola presentazione del libro tratto dal sito personale di Antonio Socci (http://www.antoniosocci.it) e poi un articolo di Vittorio Messori che esprime il suo personale parere sul libro, il 21 novembre su <il corriere della sera>.

DAL 22 NOVEMBRE IN TUTTE LE LIBRERIE IL NUOVO LIBRO DI ANTONIO SOCCI
Il 13 maggio del 2000 il Vaticano rivela al mondo, con una ufficialità senza precedenti nella storia della Chiesa, il Terzo segreto di Fatima: la visione di un ‘vescovo vestito di bianco’ che sale in mezzo ai cadaveri verso una croce, dove viene ucciso da alcuni soldati. Subito collegato all’attentato del 13 maggio 1981, l’annuncio tanto atteso delude molti. Possibile che un messaggio tenuto nascosto così a lungo, e con tanta cura, si riferisca a un evento già accaduto? Perché allora aspettare quasi altri vent’anni prima di comunicarne il contenuto? Chi è realmente il vescovo vestito di bianco? Perché quel lungo silenzio e quell’isolamento imposti a suor Lucia dal 1960? E come si spiegano certe sue parole? C’è un Papa martire nel futuro prossimo della Chiesa? Perché tanti particolari della ricostruzione ufficiale sono stati contestati? Pian piano le domande imbarazzanti cominciano ad accumularsi e molti indizi delineano un altro quadro, un’altra scottante verità: forse una parte del messaggio della Madonna non è mai stata pubblicata perché troppo sconvolgente. E’ la parte che inizia con una famosa frase della Santa Vergine che suor Lucia ha lasciato in sospeso. In questo libro si tenta di ricostruire queli possono essere i contenuti di questo discorso della Madre di Dio che tanto ha sconvolto chi lo ha letto e che rimane tuttora segreto.

FATIMA C’È UN QUARTO SEGRETO DA RIVELARE di Vittorio Messori su il corriere della sera

Quando suor Lucia, la veggente di Fatima, morì nel monastero di Coimbra, il 13 febbraio 2005, la sua cella fu subito sigillata. La religiosa aveva scritto molto e si sapeva che teneva un diario che aveva mostrato solo al suo confessore. Meglio, dunque, chiudere quella porta ed evitare dispersione di documenti prima di un sopralluogo delle autorità ecclesiali.

La pubblicazione della notizia non piacque ad Antonio Socci, che accusò di «dietrologia», di ricerca di scoop inesistenti, coloro che la pubblicarono, convinto che tutto ciò che c’era da sapere su Fatima fosse ormai di dominio pubblico. Per lui, non c’era più alcun «segreto», dopo la dichiarazione del cardinal Sodano, il 13 maggio del 2000, e dopo la pubblicazione del testo manoscritto, con un commento del prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il 26 giugno dello stesso anno. Ma, poi, il giornalista e scrittore toscano ha cambiato parere e pubblica ora un libro, in uscita domani («Il quarto segreto di Fatima», Rizzoli, pp. 252, e 17), che inizia ritrattando, con indubbia onestà, la convinzione che ogni parola pronunciata dalla Apparsa nel 1917 sia stata ormai rivelata dalla Chiesa. Dopo avere respinto la pubblicistica, soprattutto di parte lefebvriana o sedevacantista, che sospettava il Vaticano di non avere svelato i veri contenuti del messaggio, Socci ha deciso di esaminare le ragioni di chi diffidava. E ha finito per convincersi che qualcosa di molto importante ci è stato celato.

In sintesi, la sua tesi è che la parte rivelata del segreto (quella del «vescovo vestito di bianco» che cade ucciso «da fucilate e frecce») sia autentica, ma costituisca solo un frammento. Nella sua interezza, il messaggio conterrebbe parole terribili sulla crisi della fede, sul tradimento di parte della gerarchia, sugli eventi catastrofici che attenderebbero la Chiesa e, con essa, l’umanità intera. Giovanni XXIII e Paolo VI – sia per scetticismo, sia per non fornire argomenti ai critici del Concilio – avrebbero impedito la pubblicazione del testo. Giovanni Paolo II e il suo braccio destro teologico, Ratzinger, sarebbero stati bloccati dal rifiuto dei predecessori e dalla indisponibilità di gran parte dell’episcopato alla «consacrazione» della Russia chiesta dalla Vergine. Così, nel 2000 si sarebbe fatto ricorso a un escamotage: rivelare una sola parte del testo, facendo credere per giunta che si riferiva al passato. Gli altri contenuti sarebbero stati svelati «non esplicitamente bensì implicitamente», in omelie, discorsi, documenti di Papa Wojtyla e del prefetto della Fede. Che chi poteva intendere, intendesse.

Che dire di simili ipotesi? Per aiutare a capire, vorremmo dare una testimonianza che va al di là della dimensione personale, ma coinvolge in pieno inchieste come questa di Socci. Succede infatti che, da molti anni, innumerevoli pubblicazioni, in molte lingue, si dedicano all’esegesi delle parole su Fatima pronunciate nel 1984 da Joseph Ratzinger (che, a mia precisa domanda, disse di avere letto il terzo segreto) e da Giovanni Paolo II dieci anni dopo. In entrambi i casi, quelle parole sono state pronunciate nelle interviste raccolte e pubblicate dal cronista che qui scrive. Anche Antonio Socci dà largo spazio all’analisi, spinta sino alle minuzie, di «Rapporto sulla fede» e di «Varcare la soglia della Speranza». Giunge ad esempio sino a trarre conseguenze importanti da un «dunque» che appariva nella sintesi dell’intervista a Ratzinger che anticipai sul mensile «Jesus» e che non apparve nel libro che uscì alcuni mesi dopo. In altre occasioni, disquisisce sulle possibili letture di un aggettivo o sulla intonazione di una frase.

Ma anche i riferimenti a Fatima sparsi nel colloquio con Giovanni Paolo II sono scrutati con la lente, per individuarvi eventuali significati sottaciuti, quasi in codice. Come dicevo, una simile esegesi di quei libri è stata (ed è tuttora) praticata da molti, nel mondo intero, talvolta con un accanimento maniacale. Colgo, dunque, l’occasione permettere in guardia da simili analisi, che non sono giustificate dalla genesi di quelle interviste, soprattutto quella con il futuro Benedetto XVI.

«Rapporto sulla fede» nacque da oltre venti ore di registrazione. Mi fu data, poi, ogni libertà redazionale; con il solo, ovvio impegno, di sottoporre al cardinale il manoscritto che avrei ricavato dal lunghissimo colloquio. Il testo fu approvato senza quasi ritocchi, così come erano stati approvati dallo stesso interessato i preannunci su «Jesus». Il prefetto della Fede volle presentare di persona il libro in una tumultuosa conferenza stampa e volle, bontà sua, ringraziarmi pubblicamente per la «fedeltà» con cui avevo riferito il suo pensiero. Una «fedeltà», però, che non mi aveva impedito di impastare con energia il voluminoso materiale, dandogli forma in uno schema, anche con aggiunte e ritocchi tratti da pubblicazioni e documenti precedenti del cardinale. Un editing in profondità, dunque, il cui risultato peraltro soddisfece il mio interlocutore, che in quelle pagine disse sempre, in ogni sede, di riconoscersi.

Qualcosa del genere, anche se in modo più discreto, avvenne per il libro con Giovanni Paolo II. Il quale rispose alle mie 35 domande scrivendo a mano, in polacco. Il manoscritto mi fu consegnato in una traduzione italiana con tali limiti che mi occorse un paio di mesi per dargli una forma passabile, talvolta chiedendo lumi all’autore, avendo come intermediario il portavoce Navarro Valls. Pure qui, dunque, ha avuto il suo posto (e non solo sulla forma letteraria) un editing robusto, anche se il risultato finale – ancora una volta – fu approvato senza riserve, al punto che Papa Wojtyla a lungo regalò copie del libro ai suoi ospiti e lo citò con convinzione in sue pubblicazioni successive.

Che Socci, dunque, e tutti gli altri indagatori dei rapporti tra gerarchia e Fatima ne siano finalmente consapevoli: nelle loro ricostruzioni, molte delle fonti – a cominciare dalle due, giudicate da essi essenziali, di Ratzinger e di Wojtyla – appartengono a un genere letterario dove l’esegesi letteralista non è ammissibile. E dove un sostantivo, un aggettivo, un avverbio risalgono spesso a scelte del redattore e non del protagonista, anche se questo ha poi approvato. Improbabile, dunque, magari ingannevole – seppure in ottima fede – la certosina fatica di Socci? Deliramenta, i suoi, come appaiono anche a lui certi estremismi dei «fatimiti»? No, non ci pare che sia così. Pur con forzature, o ingenuità, derivate dall’affastellamento delle ipotesi più diverse, queste pagine possono rendere pensosi. E vanno comprese – almeno in una prospettiva di fede – le loro intenzioni: il desiderio (si direbbe, talvolta, l’affanno) di sapere quali siano davvero gli avvertimenti che il cielo avrebbe voluto farci giungere. E la preoccupazione di risparmiare alla Chiesa conseguenze devastanti, qualora la «censura» ipotizzata del testo consegnato da suor Lucia fosse impugnata da avversari malevoli.


La moglie racconta il marito, una delle penne più prestigiose: Vittorio Messori

Settembre 2, 2007

Vittorio Messori, una delle penne italiane più prestigiose, scrittore di best e longseller conosciuti in tutto il mondo, viene raccontato dalla moglie Rosanna Brichetti, intervistata da Stefano Lorenzetto su <il Giornale> il 27 maggio.

Suo marito è l’unico italiano vivente citato da Benedetto XVI – di più: raccomandato alla lettura – a pagina 64 del Gesù di Nazaret da poco in libreria. Suo marito è l’unico giornalista al mondo ad aver intervistato due Pontefici: quello che sedeva sul soglio di Pietro, Karol Wojtyla, e quello che gli sarebbe succeduto, Joseph Ratzinger. Suo marito è l’unico scrittore al quale Time, il primo newsmagazine del pianeta (4 milioni di abbonati solo negli Stati Uniti) e anche il più antipapista, si sia sentito in obbligo di chiedere qualche settimana fa un ritratto del Vicario di Cristo per inserirlo fra i 100 uomini più influenti della Terra.
Suo marito è Vittorio Messori e lei potrebbe accontentarsi d’essere soltanto sua moglie. Invece Rosanna Brichetti è una Messori al femminile, stessa fede granitica, stesso ardore apologetico, stessa capacità di scrittura, «però con tre lauree, giurisprudenza, teologia e sociologia, mica come me che ne ho una sola», ne decanta le qualità intellettuali con ironica ammirazione il consorte. Lei lo ripaga chiamandolo Mèssori, il cognome sdrucciolo che Ernesto Gagliano, capocronista di Stampa Sera, storpiò a bella posta a quel giovane praticante, con uno spostamento d’accento che avrebbe dovuto farlo sentire in soggezione.

Certo non può, e nemmeno vuole, questa moglie premurosa e discreta competere con l’ingombrante longsellerista che si ritrova per casa, così viene chiamato in gergo chi continua a vendere i propri libri anche a distanza di anni. Ipotesi su Gesù, per dire, l’opera prima di Messori uscita nel 1976, un successo da oltre un milione e mezzo di copie, tradotto persino in arabo, cinese e coreano, viene tuttora richiesto ogni anno da 20.000 lettori. E così gli altri, da Scommessa sulla morte a Patì sotto Ponzio Pilato? fino a Ipotesi su Maria. A questa editoria della fede Rosanna Brichetti contribuisce adesso con Credere per vivere (Sugarco), il personalissimo catechismo di una donna passata dalle formule di San Pio X all’agnosticismo e infine tornata nella Chiesa.

La moglie di Messori è del 1939. Ha due anni più del marito. «Ho visto tutto», dice, riferendosi agli inganni ma anche alle speranze del XX secolo. È cresciuta a Treviglio, dove il padre, un commerciante sceso da Ponte di Legno, sposato con una ragioniera, aveva aperto una segheria. I nonni materni avevano rilevato dal boemo Peck la celebre gastronomia di Milano. Ha avuto per compagno d’infanzia Ermanno Olmi, il regista dei cento chiodi conficcati nei libri e dello slogan «Le religioni non hanno mai salvato il mondo» che campeggia sulla locandina del suo ultimo film. Anni luce dai Messori. Sulla porta della loro abitazione, nel centro storico di Desenzano del Garda, ti accoglie subito il mistero: una formella del quadrato magico di Pompei salvatosi dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo, formato da cinque parole di cinque lettere scolpite una sotto l’altra – sator, arepo, tenet, opera, rotas, cioè «il seminatore Arepo tiene con cura le ruote» – che si possono leggere in tutte le direzioni, ma che disposte a croce formano due «Pater noster», e quindi un quadrato tutto diverso, con inserite negli angoli le due «a» e le due «o» rimanenti, l’Alfa e l’Omega di cui narra l’ultimo capitolo dell’Apocalisse, Gesù, «il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine». Quando si decideranno a scrivere, stavolta a quattro mani, la storia della loro vita, sarà un altro best seller.

Viene da una famiglia cattolica?

«Sì, a differenza dei Messori, modenesi di Sassuolo, anticlericali per antica tradizione. Ho frequentato elementari, medie e liceo classico in istituti religiosi. Alla fine ne avevo fin sopra i capelli di preti e suore. Non mi avevano mai parlato di Gesù Cristo: solo di calze grigie, di gonne sotto il ginocchio e di camicette a maniche lunghe. Se volevo vivere, dovevo uscire da quell’ambiente. Così ho fatto un’immersione nel mondo. Per tre-quattro anni mi sono tenuta alla larga dai sacramenti».

Succede.

«È la difficoltà di tutti: Cristo ti apre il cuore, ma la morale cattolica ti spaventa, ti chiude in gabbia. E quando poi mi sono riavvicinata alla fede sull’onda degli entusiasmi postconciliari, ho rischiato di diventare una cosiddetta cristiana adulta. Niente di più facile per una ragazza specializzata in sociologia con una tesi sul femminismo, che aveva lavorato al Censis col professor Giuseppe De Rita e girato l’Italia a raccogliere pareri sulla legge Basaglia e la chiusura dei manicomi per conto dell’Istituto per gli studi sui servizi sociali. È stato Vittorio a farmi riscoprire la bellezza della tradizione».

Quando vi siete conosciuti?

«Ci trovammo entrambi a frequentare il corso triennale di teologia alla Pro civitate christiana di Assisi. Lui non sapeva nulla di religione, s’era convertito da poco, a 24 anni, per quella che definisce “un’evidenza del cuore” seguita alla lettura dei Vangeli. È stato la delusione dei suoi maestri. S’era laureato con una tesi sulla storia del Risorgimento, relatore Alessandro Galante Garrone, che l’avrebbe voluto come suo assistente, e due sottotesi discusse con Norberto Bobbio e Luigi Firpo. La trimurti del laicismo duro e puro. L’avevano allevato per farne l’autore di riferimento dell’Einaudi».

Ha deluso anche la madre Emma.

«Per me è stata una suocera nel senso tradizionale del termine. La tipica mangiapreti. Era allergica al clero, non a Gesù. Gli emiliani son fatti così: vivono i valori evangelici, ma guai se gli dici che sono valori cristiani. Lo stesso Vittorio tutto avrebbe voluto tranne che diventare cristiano. Andava a messa di nascosto per la vergogna. Quando la mamma lo scoprì, pretendeva di farlo visitare da un medico, pensava che fosse in preda a un esaurimento nervoso. Ma era una brava donna, è morta bene, sicuramente si trova in paradiso. Solo che aveva il carattere di suo figlio».

Vale a dire?

«Non facile. Ruvido, al primo impatto. Ma se lo lasci un attimo schiumare, è buonissimo, generoso. Ogni tanto cerca di fare il prepotente, ma non ci riesce. Mi dice sempre: “Sta’ tranquilla, quel Gesù Cristo in cui crediamo noi lo incontreremo”».

Che cosa la colpì in lui?

«La lucidità intellettuale».

Come maturò la decisione di sposarvi?

«È una storia lunga e sofferta, che non abbiamo mai raccontato. Nei tre anni passati ad Assisi legammo molto. C’era attrazione reciproca, ma avevamo due caratteri troppo forti. Per cui alla fine del corso ci separammo. Io andai a Roma, lui tornò a Torino. Non ci vedemmo per sette anni. Per lui la delusione fu così cocente che pensò di porvi rimedio sposando un’altra donna. Questo accadde nel 1972. Presto s’accorse d’aver agito in stato di costrizione psicologica, senza la necessaria libertà di consenso, e chiese la nullità del matrimonio».

Che la Rota romana prontamente gli accordò.

«Il contrario. Proprio perché era Messori, ci fu un eccesso di scrupolo del tribunale ecclesiastico, che non voleva essere sospettato di favoritismi. Per cui la sua istanza venne respinta nei tre gradi di giudizio. Nel frattempo eravamo tornati insieme. Ma vivevamo in case separate, come fratello e sorella. Vittorio avvisò di questa sua condizione sia Ratzinger che Wojtyla, prima di accingersi a intervistarli, e loro non ebbero alcunché da ridire, essendo ineccepibile dal punto di vista canonico e morale. Fino a che il futuro cardinale Mario Pompedda, che aveva svolto le funzioni di pubblico ministero nei processi ma in coscienza s’era convinto che il matrimonio fosse nullo, stese di suo pugno una supplica al Papa per la riapertura del caso. Fu il cardinale Ratzinger a consegnarla a Giovanni Paolo II. Ne seguirono altre due cause alla Rota romana».

Neanche Carolina di Monaco…

«Un martirio durato 22 anni. Con Vittorio che dovette sottoporsi all’umiliazione di almeno sei o sette perizie. Persino la moglie alla fine testimoniò che era d’accordo sulla nullità del loro matrimonio. Frattanto io avevo smesso di frequentarlo, per non dare scandalo. E pregavo: Signore, senti, se non vuoi che ci sposiamo, significa che va bene così, sia fatta la tua volontà. Amo la Chiesa più della mia stessa vita, Cristo e la missione di Vittorio sopravanzano di gran lunga il valore della mia persona. A 57 anni, quando ormai pensavo di ritirarmi in un eremo, giunse la sentenza di nullità. E nel 1996 mi portò all’altare».

Ma lei perché era tornata alla fede?

«Per un dolore. La prima tragedia della mia vita: una storia d’amore bruscamente interrotta. Cominciai a riflettere sul significato dell’esistenza. Un giorno mi ritrovai davanti alla Madonna delle Lacrime. È un santuario dove nel 1522 il generale Lautrec, che assediava Treviglio, lasciò la sua spada e il suo elmo ai piedi dell’altare dopo aver visto un affresco della Vergine che piangeva. Ma non ero in grado di pregare, mi sentivo svuotata. Ci tornai per un mese intero. Stavo lì per ore nella semioscurità a fissare l’ostia. Solo dopo ho capito che il silenzio è lo stato d’eccellenza per l’incontro con Dio».

E come avvenne l’incontro?

«Fu un’illuminazione: quella particola mi riguardava, Cristo era morto anche per me. Contavo per qualcuno. Magari non per il mio fidanzato, ma per Dio sì. Da quell’istante la mia vita è cambiata. La precisa sensazione che perfino i capelli del mio capo erano tutti contati dal Padre non mi ha mai più abbandonata, ha dato un senso ai miei giorni, mi ha fatto sorgere il desiderio di dirlo agli altri».
Credere per vivere, lei scrive. Ma i più vivono senza credere.
«O credono senza saperlo? Di atei convinti ne ho conosciuti ben pochi. Perché un conto è credere con la ragione che Dio esista e un altro conto è sentirsi in relazione con lui. Lo Spirito prega con gemiti inesprimibili, scrive San Paolo, anche in chi dice di non credere o non sa di credere».

Lei e suo marito siete mariologi appassionati. Non le sembra strano che piangano sempre le Madonnine di gesso e mai la Pietà di Michelangelo?

«E perché la Madonna di Fatima apparve a tre pastorelli e non a un vescovo o a un giornalista? A Roma ci sono migliaia di Madonne stupende, eppure nessun romano va a pregare davanti alla Pietà. L’oggetto di devozione più intensa è la Madonna del Divino Amore, un affresco scrostato del ‘500, in una cappelletta diroccata nella campagna malarica. “Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles”, canta Maria nel Magnificat, il Signore ha scacciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. Sono due, sostiene Benedetto XVI, i pioli apologetici: la bellezza delle anime e la bellezza delle cose. La santità e l’arte».

Perché nel 1985 l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio scelse proprio suo marito come intervistatore?

«L’iniziativa partì da Vittorio. Si ritirarono d’estate nel seminario di Bressanone, dove il cardinale Ratzinger trascorreva le vacanze. E uscì questo libro, Rapporto sulla fede, per il quale Vittorio ricevette persino minacce di morte, orribili telefonate notturne fatte da apostoli del dialogo, tanto che fu costretto a rifugiarsi per qualche tempo in un convento dei barnabiti in Alta Brianza. Non gli perdonavano d’aver dato voce al Grande Restauratore che aveva firmato l’istruzione contro la “teologia della liberazione”, d’avergli consentito d’affermare che il marxismo era “la vergogna del nostro tempo”».

Da allora è rimasto «Messori il reazionario».

«A me vien da ridere quando gli danno dell’integralista. Essendosi convertito alla fine del Vaticano II, mio marito non può certo essere nostalgico della messa in latino, alla quale non ha mai partecipato. La Chiesa di Pio XII non l’ha proprio conosciuta. Lui combatte gli abusi che derivano da una lettura faziosa dei documenti conciliari».

E la successiva intervista con Giovanni Paolo II come nacque?

«Wojtyla aveva letto tutti i libri di Vittorio e aveva fatto tradurre Ipotesi su Gesù in polacco. Nel settembre 1993 lo invitò a pranzo a Castel Gandolfo e gli chiese se fosse disponibile a intervistarlo per Raiuno. C’era già un regista pronto, Pupi Avati, e il programma era opzionato da 102 reti tv del globo. Mio marito lo dissuase: “Santità, abbiamo bisogno di un Papa, di un maestro che ci guidi, non di un’opinionista televisivo. Questa non è la crisi della Chiesa. È la crisi della fede: non si crede più”».

Che coraggio.

«E infatti Wojtyla, che era un mistico ottimista, se ne ebbe a male. “Non sono d’accordo con lei!”, battè il pugno sul tavolo. Ma poi ci rifletté e l’intervista tv fu cancellata, nonostante Vittorio gli avesse spedito un fax tutto pasticciato con le domande. A Pasqua dell’anno dopo squillò il telefono. Era Joaquín Navarro-Valls, il portavoce del Papa, che chiedeva a Vittorio di raggiungerlo all’aeroporto di Verona. Mio marito andò e lo condusse qui a Desenzano, in una pizzeria. “Sa che cosa c’è in questa valigetta?”, gli chiese Navarro-Valls addentando una quattro stagioni. “Qui dentro c’è un manoscritto quale non s’è mai visto nella storia”. Ogni sera, per mesi, Wojtyla aveva tirato fuori dal cassetto il fax di Vittorio e risposto in polacco alle domande. Alla fine aveva chiuso il tutto in una cartellina bianca con le insegne papali, scrivendoci sopra di suo pugno “Varcare la soglia della speranza”».

Il titolo del libro.

«”Il Santo Padre mi ha detto di consegnarglielo e di riferirle che lei può farne ciò che vuole”, concluse Navarro-Valls. Vittorio ci lavorò due mesi, anche per mitigare qui e là il tono risentito delle risposte. Traspariva la sorpresa di Giovanni Paolo II per alcune domande. La più sfrontata era: “Ma crede davvero d’essere il Vicario di Cristo? E come fa a reggere questo peso?”».

Molto diretto.

«Voleva evitare i quesiti da vaticanista sul matrimonio dei preti o quelli politicamente corretti, tipo il Papa e i giovani, il Papa e la pace… Gli pose gli interrogativi che assillano l’uomo postmoderno: il Vangelo è solo un’accozzaglia di leggende orientali? Sa, Vittorio sostiene che molti teologi sarebbero lieti se in Israele venissero scoperte le ossa di Gesù».

E perché mai?

«Perché così avrebbero la conferma che non è risorto, come vanno insegnando da tempo. Ma almeno si convincerebbero che è realmente esistito».


I nuovi perseguitati: i cristiani

Settembre 1, 2007

Sempre più la chiesa, i cristiani e dunque il cristianesimo vengono attaccati da tutti i fronti. Qualche mese fa é andato in onda su Rai 2 nel programma diretto da Santoro, Annozero (a cui ho dovuto assistere con il rammarico di aver contribuito ad alzare l’audience), un video che attaccava la chiesa dal titolo <Sex Crimes and Vatican>, al Biennale di Venezia é andato in scena invece uno spettacolo dal titolo <Messiah Game> dove la cena del giovedì santo, l’ultima di Gesù si trasforma in un orgia. Un altro esempio di attacco ai cristiani arriva da Bologna, dove un’iniziativa culturale é presentata con il titolo < La Madonna piange sperma>. Questi sono solo alcuni degli esempi, che potrei citare.

Su questo argomento ho letto recentemente un articolo scritto da una delle maggiori penne italiane di prestigio, Vittorio Messori che viene intervistato da Andrea Tornielli su <Il giornale> il 23 giugno. Ve lo propongo di seguito:

Alla Biennale di Venezia sta per andare in scena uno spettacolo («Messiah Game») dove l’ultima cena si trasforma in orgia e Gesù crocifisso è rappresentato come un masochista. A Bologna era in programmazione un’iniziativa culturale intitolata «La Madonna piange sperma», mentre è di ieri la notizia della mostra «Recombinant women» che sempre nel capoluogo felsineo presenta i dieci comandamenti rivisitati in chiave omosessuale. Il cristianesimo sembra essere rimasta l’unica fede che può essere irrisa e oltraggiata. È giusto reagire e come farlo? Il Giornale l’ha chiesto a Vittorio Messori, scrittore e autore di best-seller, che trentun anni fa ha dato inizio alla nuova apologetica cattolica.

Messori, che cosa sta accadendo?

«C’è un’evidente tendenza a scavalcare gli ultimi secoli di storia cristiana, a chiudere una “parentesi” durata duemila anni. In fondo, che cos’è l’ambientalismo o la teorizzazione della liberazione sessuale se non un ritorno al paganesimo?».
Il cristianesimo è oggi l’ultima religione che può essere oltraggiata…
«Ne farei motivo di onore per i cristiani che non reagiscono come certi musulmani e non lanciano fatwa contro gli infedeli chiedendo la loro morte fisica. E non reagiscono nemmeno come certi ambienti ebraici, i quali ti isolano cercando di provocare la tua morte morale. Vorrei aggiungere che più che i cristiani, sono i cattolici ad essere attaccati: ciò significa che la Chiesa è un bersaglio ritenuto importante».

È nata nei mesi scorsi in Italia la Cadl, «Catholic Anti Defamation League», oggi in prima linea contro questi spettacoli blasfemi. Non era una sua vecchia idea?

«Sì, e ho visto che ciò viene riconosciuto nel loro sito. Per me è stata una sorpresa. Certo, avrei preferito un nome italiano, meno succubo di certo americanismo che fa chiamare anche la festa della famiglia “Family day”. Bastava chiamarla Lega anticalunnia…».

Apprezza dunque questa battaglia?

«Nella società dell’apparire ci vuole la giusta strategia. Non c’è niente di meglio, per chi fa queste provocazioni, che essere attaccati. Chi mette in scena un’ultima cena blasfema, l’ultimo arrivato che s’inventa la Madonna che piange sperma, spera proprio in una reazione indignata. Ci siamo dimenticati la fortuna che ha fatto fare al film di Mel Gibson la guerra preventiva mossagli dagli ambienti ebraici americani?».

Mi scusi, ma allora non bisogna reagire?

«Ho sempre creduto che fosse necessario far nascere una Lega anticalunnia cattolica per ribattere alle tante bugie sul cattolicesimo che quotidianamente vengono propalate sui media».

Faccia un esempio.

«Se un importante esponente del mondo ebraico dice che prima di fare la razzia degli israeliti nel ghetto di Roma, il 16 ottobre 1943, l’ambasciatore tedesco è andato a informare il Pio XII ottenendone il tacito assenso, questa è una falsità. E va subito smentita, ricordando all’interessato che Papa Pacelli era all’oscuro della razzia e appena fu avvertito convocò l’ambasciatore per protestare chiedendo di interromperla immediatamente. Chi afferma quelle bugie dovrebbe iscriversi a un corso di storia per corrispondenza. Ecco ciò che spaventa: la smentita fredda, puntuale, precisa e immediata. C’è, invece, un modo di indignarsi che finisce per fare il gioco di chi provoca dandogli importanza. Credo che buona parte dell’intellighenzia laica rimpianga l’Indice dei libri proibiti e farebbe di tutto per esservi iscritta».

Allora qual è, a suo avviso, la reazione adeguata?

«Rimanere sul piano dei fatti, ribadire la nostra tolleranza, essere consapevoli che se ti attaccano è perché in fondo ti considerano rilevante, evitare ogni indignazione moralistica, vittimismo e invettive del tipo “non c’è più religione!”, essere magnanimi. Soprattutto ricordare che il cristianesimo è sopravvissuto per venti secoli a tutte le bufere: Dio non ha bisogno che noi lo difendiamo, sa difendersi da solo e noi siamo servi inutili. La saldezza della fede si vede anche dalla serenità con cui si incassano questi colpi».

La trovo piuttosto remissivo…

«Gesù ha detto che saranno beati coloro che vengono perseguitati nel suo nome. Dobbiamo abituarci alla fine della cristianità come l’abbiamo conosciuta per secoli, dobbiamo considerare provvidenziale ciò che ci sta accadendo e tornare ad essere lievito nella pasta, sale che dà sapore. Considero un disegno della Provvidenza anche l’arrivo di tanti musulmani tra di noi, perché anche certi atei stanno scoprendo la grande differenza che esiste tra il Corano e il Vangelo».

 


Attacco a Madre Teresa

Agosto 29, 2007

Negli scorsi giorni alcune testate giornalistiche, come il <<Corriere della Sera>> o <<La Stampa>> hanno attaccato Madre Teresa di Calcutta, e subito si sono accese importanti discussioni. Oggi mi é passato sotto mano un articolo di Vittorio Messori stampato il 26.08 sul <<Corriere della Sera>> (ma che potete trovare anche sul sito www.et-et.it (pagina web autorizzata dallo stesso autore)) che si esprime al riguardo. L’ ho trovato molto interessante e lo allego di seguito.


Càpita, quando si tratta di persone e di eventi religiosi: un certo sistema mediatico sembra cadere in trappole fatte di equivoci, di insufficiente informazione , di titoli forzati. Succede, in questi giorni, per Agnese Gonxha di Bojaxhiu, in religione Teresa di Calcutta, beata, fondatrice delle Missionarie della Carità, Nobel 1979 per la pace. Saltando, su Internet, da un quotidiano a un altro, si constatava ieri che molte home pages sembravano adeguarsi a quella di un autorevole quotidiano spagnolo che titolava, vistosamente : <>. I flash di una delle maggiori agenzie internazionali iniziava con un apodittico: <>. E <> era lo strillo in prima pagina di uno dei nostri maggiori giornali. Fuorvianti anche molti servizi televisivi.
Va detto – per oggettività e non per patriottismo di testata- che i lettori del Corriere sono stato i meglio informati, grazie al pezzo equilibrato e preciso di Luigi Offeddu. Ma poiché la beata Teresa è tra le figure più venerate, a livello popolare mondiale (una sorta di padre Pio al femminile, ha detto qualcuno) varrà forse la pena di fare alcune osservazioni, a beneficio della verità e ad aiuto dello sconcerto di molti.

Innanzitutto: già cinque anni fa, nel 2002, Saverio Gaeta, caporedattore di Famiglia cristiana, pubblicava presso Piemme un bel libro -Il segreto di Madre Teresa- dove un capitolo ha per titolo << La fede si scontra con la “notte oscura ” >> . Pagine informatissime, dove è narrato ed esaminato per filo e per segno quel “silenzio di Dio” che a lungo tormentò Madre Teresa e che espresse più volte in lettere ai suoi consiglieri spirituali. Anche quanto viene ora pubblicato in America, ed è presentato dai press-agents dell’editore come “sensazionale rivelazione”, era ben noto, innanzitutto alle equipe che hanno lavorato per anni, con impegno quasi maniacale (come avviene per ogni causa di beatificazione e di canonizzazione) al processo che ha condotto sugli altari la suora albanese. Non c’è dunque alcuna “ombra” che soltanto ora viene scoperta con imbarazzo, tutto era stato valutato e soppesato in varie istanze processuali e sta negli Atti di migliaia di pagine che ciascuno può consultare all’archivio della Congregazione per i Santi. Del resto, tra i curatori del Come, be my light , il libro in uscita in America, c’è innanzitutto lo stesso Postulatore della causa, che ben precisa che non si tratta di trouvailles impreviste e magari imbarazzanti, bensì di documenti conosciuti, anche se pubblicati per la prima volta nella loro integrità non per una Positio canonica ma per un vasto pubblico.

Ma poi: da molto di ciò che si dice e si legge nel media system traspare una non conoscenza della dinamica della vita cristiana. Tra i “luoghi comuni” della mistica sta quello che san Giovanni della Croce e Teresa d’Avila hanno chiamato “la notte dello spirito”. Offeddu citava ieri, a ragione, anche il “Dio che si cela” di Pascal. Sono le tenebre dei periodi di aridità spirituale, di desolazione, di mancanza di gusto per la preghiera, di impressione di lontananza o addirittura di assenza di Dio. Un’esperienza che ogni credente conosce, un “quadro clinico” che appare nella vita di molti santi, anche veneratissimi come Teresina di Lisieux. In Novo millennio ineunte, il documento di Giovanni Paolo II per il Giubileo del Duemila, si parla di << quegli stati terribili di prova che la tradizione mistica chiama “notte oscura”>> . Aggiunge il papa: <>. Precisa allusione al grido che sembra disperato (mentre è l’inizio del salmo 22, che finisce in una gioiosa riaffermazione di fede): << Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? >>. Ciò di cui patì la beata Teresa è ciò che la lega alla ininterrotta catena della santità . Anzi, poiché i processi di canonizzazione sono tesi ad accertare che le virtù cristiane siano state vissute “in modo eroico”, la conferma dell’ “eroismo” di quella piccola-grande donna viene proprio dall’avere vissuto sino in fondo l’amore evangelico senza , spesso, essere sorretta dal conforto di una fede sensibile . Così hanno giudicato coloro che l’hanno proclamata beata, osservando anzi -ammirati- che madre Teresa condivise, con gli ultimi tra gli ultimi,non solo la povertà materiale ma anche, in certo modo, quella spirituale.

Proprio per questo sembra più che mai ingiustificata una certa faziosità che appare in alcuni commenti. Le agenzie parlavano, ieri, delle grida di esultanza dei leader delle potenti associazioni americane di atei, agnostici, razionalisti: <>. Una sciocchezza, per chi sappia che cosa sia l’atto di fede, dove le “consolazioni interiori”, il “gusto spirituale” sono doni che Dio può concedere o meno. Ma, se mancano, non per questo viene meno la fede: anzi, essa è ancor più meritoria e, al termine della purificazione, di solito riesplode rinsaldata . Come mostrò, nei fatti, la suora di Calcutta nel suo povero sari in bianco ed azzurro: i colori della madre di quel Gesù che, se le negò talvolta il “gusto” del Vangelo, le concesse in modo sovrabbondante la sostanza.