Un dettaglio inquietante nella nuova enciclica di Benedetto XVI, “Spe Salvi”

dicembre 10, 2007

di Antonio Socci – Da “Libero, 8 dicembre 2007”

C’è un personaggio inquietante e apocalittico che Benedetto XVI evoca, a sorpresa, nella recente enciclica “Spe salvi“: l’Anticristo. Per la verità il papa non cita direttamente questo oscuro soggetto che è drammaticamente preannunciato fin dal Nuovo Testamento, ma lo chiama in causa attraverso una citazione di Immanuel Kant che fa una certa impressione rileggere in questi tempi in cui l’Europa sembra in guerra contro la Chiesa, spesso strumentalizzando alcuni gruppi sociali (come gli immigrati musulmani o le donne o gli omosessuali) per sradicare le radici cristiane e per limitare la libertà dei cattolici e della Chiesa. Scriveva Kant: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose”.

Il Papa sottolinea proprio questa possibilità apocalititca che viene affacciata da Kant secondo cui l’abbandono del cristianesimo e la guerra al cristianesimo potrebbero portare a una fine non naturale, “perversa”, dell’umanità, a una sorta di autodistruzione planetaria, sia in senso morale che in senso materiale (e un tale orrore, peraltro, è oggi nelle possibilità teniche dell’umanità). Essendo l’enciclica un testo molto rigoroso e ponderato, è da escludere che Benedetto XVI abbia evocato l’Anticristo e la “fine dell’umanità” a caso.

Il suo pensiero peraltro è del tutto lontano da suggestioni millenaristiche, c’è dunque da credere che se richiama questi temi scorga veramente nel nostro tempo un confronto drammatico e mortale fra Bene e Male. Oltretutto già in un’altra recente occasione è stata evocata e ben meditata, in Vaticano, la figura dell’Anticristo. E’ accaduto quest’anno, il 27 febbraio, negli esercizi spirituali predicati al Papa dal cardinale Biffi (immagino che i temi siano stati concordati): si è meditato proprio sulla profezia dell’Anticristo (vedi “Le cose di lassù”, ed. Cantagalli). Biffi ha citato infatti il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev scritto nella primavera 1900, come avvertimento al XX secolo che era agli albori. In quelle pagine il personaggio apocalittico veniva eletto “Presidente degli Stati Uniti d’Europa” e poi acclamato imperatore romano.

“Dove l’esposizione di Solovev si dimostra particolarmente originale e sorprendente e merita più approfondita riflessione” spiega Biffi “è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista”. Praticamente un campione perfetto del politically correct. Ecco le parole di Solovev: “Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano… Era un convinto spiritualista”, credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”.

In sostanza questa figura – l’antagonista di Gesù Cristo – si presenterebbe, secondo un’antica tradizione, con gli aspetti più seducenti, una contraffazione dei “valori cristiani”, in realtà rovesciati contro Gesù Cristo, quelli che oggi carezzano il senso comune. L’Anticristo di questo racconto infatti tuona: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. Parole in cui molti sentono echeggiare quell’accusa al cristianesimo (che sarebbe causa di intolleranza e conflitti) oggi tanto diffusa. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che il Papa stigmatizzi solo e semplicemente l’anticristianesimo dilagante a causa del laicismo, sebbene così aggressivo e pericoloso. C’è molto di più nei suoi pensieri. Proprio Ratzinger, da cardinale, in una memorabile conferenza a New York, il 27 gennaio 1988, davanti a un uditorio ecumenico, soprattutto di teologi, citò lo stesso racconto di Solovev esordendo così: “Nel ‘Racconto dell’Anticristo’ di Vladimir Solovev, il nemico escatologico del Redentore raccomandava se stesso ai credenti, tra le altre cose per il fatto di aver conseguito il dottorato in teologia a Tubinga e di aver scritto un lavoro esegetico che era stato riconosciuto come pionieristico in quel campo. L’Anticristo un famoso esegeta!”.

Questo discorso fu ripetuto dal cardinale anche a Roma, davanti a una platea di teologi cattolici. Molti, in quelle platee, trovarono sicuramente “provocatoria” questa citazione, sia pure espressa con la pacatezza tipica di Ratzinger che esorta tutti, sempre, a riflettere. Essa però esprime la consapevolezza dell’attuale pontefice – e prima di lui di Paolo VI e di Giovanni Paolo II – che il pericolo non viene solo dall’esterno, da una cultura avversa e da forze anticristiane, ma anche dall’interno, da “un pensiero non cattolico” che dilaga nella stessa cristianità, come denunciò con parole drammatiche Paolo VI quando arrivò a parlare del “fumo di Satana” dentro il tempio di Dio.

Che nella Chiesa, specialmente negli ultimi pontefici, sia diffusa la sensazione di vivere tempi apocalittici (non necessariamente “la fine dei tempi”, ma forse i tempi dell’Anticristo) appare evidente da tanti loro pronunciamenti. Inoltre fa riflettere, anche in Vaticano, la gran quantità di “avvertimenti” soprannaturali, che vanno in tal senso, contenuti in “rivelazioni private” a santi e mistici e in apparizioni di quesi decenni: in qualcuna di esse si afferma addirittura che l’Anticristo sarebbe un ecclesiastico di questo tempo (un “pastore idolo” che sconvolgerà la vita della Chiesa), ma è un’immagine che molti interpretano come riferita a un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa, fenomeno che in effetti è ben disastrosamente visibile. Dà un quadro ragionato e illuminante di tutto questo padre Livio Fanzaga nel volume, appena uscito, “Profezie sull’Anticristo” (Sugarco). Un quadro prezioso per comprendere il senso e la preoccupazione di tanti interventi pontifici. Angosciati sia per le sorti della fede che per le sorti dell’umanità.

La particolare attenzione della Santa Sede all’Italia è dovuta al fatto che qui il peso dei cattolici ha dato – come ha sottolineato il Papa stesso – il segnale di una inversione di tendenza rispetto alle devastazioni anticristiane e nichiliste del resto d’Europa. La Chiesa cioè scommette sull’Italia per riportare l’Europa alle sue radici cristiane e alla fede. Per questo allarma fortemente che in questi giorni, nel Palazzo della politica, si tenti di soppiatto – con la connivenza di alcuni cattolici – di reintrodurre un “reato di opinione riferito alla tendenza sessuale” (come lo definisce “Avvenire”) che apre la strada alla “demoralizzazione” del Paese e domani potrebbe fortemente minacciare la stessa libertà della Chiesa di insegnare la sua morale. Oltretutto tale limitazione alla libertà di pensiero e di parola viene pretesa in nome di un’ideologia libertaria, paradosso che fa riflettere amaramente oltretevere, dove questi scricchiolii sono percepiti come pericolosi avvertimenti prima di un possibile crollo.


“Il segereto di Padre Pio”

novembre 18, 2007

E’ IN LIBRERIA IL NUOVO LIBRO DI ANTONIO SOCCI, “IL SEGRETO DI PADRE PIO” (RIZZOLI)..

Ne anticipiamo alcune pagine …

Un caso eclatante è quello del piccolo Matteo Pio Colella. Il fanciullo, che ha solo sette anni e vive a San Giovanni Rotondo con la famiglia, la mattina del 20 gennaio 2000 va tranquillamente a scuola come ogni giorno. Ma la maestra Concetta Centra si accorge dopo qualche ora che sta male (brividi, testa inclinata verso il banco, incapacità di parlare). Vengono chiamati subito i genitori. Sono le 10.30. Il bimbo ha la febbre a 40° e comincia a vomitare. Alle 20.30 della sera quando Matteo non riconosce più la madre tutto si fa più concitato. Si provvede al ricovero immediato alla Casa Sollievo della sofferenza, l’ospedale di padre Pio dove il padre di Matteo, Antonio lavora come medico. Le condizioni del bambino appaiono subito disperate. Viene fatta una diagnosi di meningite fulminante. Anzi, per la precisione, nel giro di qualche ora il quadro si fa devastante: meningite acuta con andamento rapidamente progressivo per il determinarsi di uno schock settico e profonda compromissione degli apparati cardiocircolatorio, renale, respiratorio, emocoagulativo, con acidosi metabolica. Il bimbo viene portato in rianimazione.

“E’ UN CASO DISPERATO”

In pratica fin dal primo giorno vari organi vitali sono risultati compromessi. Nel giro di poche ore, al mattino del 21 gennaio, la situazione precipita drammaticamente con “uno stato collassiale, ipertermia, difficoltà respiratoria per desaturazione di ossigeno”. Si manifestano “segni quali cianosi intensa, edema polmonare, gravissima bradicardia per la grave ipossemia e acidosi metabolica”.

I medici ormai disperati si affannano e si agitano attorno al bambino, aumentando al massimo i dosaggi farmaceutici, ma il grave collasso cardiocircolatorio, la difficoltà a ossigenarsi nonostante la ventilazione meccanica, la sofferenza renale e la grave alterazione del sangue, fanno ormai pensare al peggio. Appare tutto inutile. Uno dei dottori – dopo essersi prodigato in ogni modo – a un certo momento, desolato, si ferma e dice: “Ragazzi, non c’è più nulla da fare, il bambino non si riprende”. Si toglie i guanti, va a lavarsi le mani e torna al fianco del fanciullo, con la dottoressa Salvatore, a guardare, ormai impotente, il piccolo Matteo. La dottoressa a questo punto incita a fare un ultimo, disperatissimo tentativo, come farebbe un padre di fronte al figlio. Fu così iniettata una forte dose di adrenalina che sortì qualche piccolo effetto, ma senza poter assolutamente cambiare la situazione ormai tragica del bambino. Il decesso era atteso da un momento all’altro. Si legge nella “Fattispecie cronologica” del caso (negli atti del processo di canonizzazione di padre Pio): “Il dottor Violi passando in rassegna la fisiopatologia di questa devastante sindrome, ha dimostrato come quando gli organi insufficienti sono in numero superiore a cinque, le varie terapie impiegate risultano inutili, o comunque non hanno mai risolto alcun caso. Non risulta che nella letteratura internazionale ci sia alcun sopravvissuto affetto da tale patologia come quella del piccolo Matteo Pio Colella. Insomma non viene descritta alcuna sopravvivenza, infatti in tal caso la mortalità è del 100 per cento”. La madre, il padre, i familiari sono da anni devoti di padre Pio. Si mette in moto una grande catena umana di preghiere al padre perché interceda. La mamma del bambino, raggiunta al telefono dalla maestra che chiede di sapere, riesce solo a dire, con la voce strozzata dalle lacrime: “Preghiamo padre Pio, perché stiamo perdendo Matteo”. Anche tutti i bambini della scuola iniziano a invocare il padre. Così i frati, i parenti, gli amici, gli stessi medici e gli infermieri della “Casa”. Qualche parente addirittura si riavvicina a Dio per implorare il miracolo per il piccolo Matteo. Si susseguono in quelle ore concitate le visite alla tomba del padre, i rosari, le reliquie portate a contatto con il bambino, le lacrime e le invocazioni accorate.

ACCADE L’IMPOSSIBILE

E la mattina del 21 gennaio “improvvisamente accade qualcosa di straordinario e con l’incredulità di tutti”, perché “gli organi del bambino riprendono a funzionare”. C’è clamore, commozione, stupore. Il fenomeno è doppiamente sorprendente, perché già le speranze di sopravvivenza erano pari a zero, ma – nel caso remoto di sopravvivenza – certi erano i gravi danni cerebrali e renali che il bimbo avrebbe comunque riportato. Invece qua il bambino, dopo essere stato dieci giorni sedato e curarizzato, addirittura il 31 gennaio si sveglia, guarda medici e infermieri e dice: “voglio il gelato”. Poi comincia a scherzare con loro. Domenica 6 febbraio il piccolo – ancora in rianimazione – guarda tranquillamente la televisione e gioca alla play-station (introdotta “per la prima volta nella storia della medicina” in rianimazione perché i medici sono interessati a vedere “la risposta intellettiva” del fanciullo). I medici – ovviamente felici – si trovano davanti a qualcosa di inaudito, sconcertante. I genitori e gli amici in una gioia travolgente.

Tutti i medici hanno dichiarato l’inspiegabilità scientifica della guarigione (e della mancanza di danni). Uno per tutti, il Dottor Alessandro Villella: “non sono in grado di spiegare scientificamente la completa guarigione del piccolo Matteo Colella, senza dover pensare che possa esservi stato un intervento soprannaturale”.

Molto bella è la testimonianza data dalla madre al postulatore della causa di canonizzazione di padre Pio: “qualunque sarà la decisione degli uomini su questo caso, la mia convinzione profonda di mamma e di credente rimarrà che mio figlio è tornato a noi perché il Signore immeritatamente ce l’ha restituito, è intervenuto a consolarci nella sua immensa misericordia, con l’intercessione del nostro caro Padre Pio”.

La signora riferisce di segni inequivocabili della vicinanza del padre (per esempio un intenso “dolcissimo e gioioso” profumo di rose e viole da lei avvertito) e aggiunge: “Solo il Signore sa il senso di tutto ciò che è accaduto alla nostra famiglia. La mia certezza è che Egli ci è stato vicino e ci ha benedetti, grazie anche alla intercessione e alla preghiera amorevole di Padre Pio che, della sua missione sulla terra, diceva: ‘Come sacerdote la mia è una missione di propiziazione: propiziare Iddio nei confronti dell’umana famiglia’. E così è stato, caro Padre Pio, ci hai abbracciati nella prova e ci hai raccomandati a Dio”.

E il piccolo Matteo? Ricorda nulla di quelle ore di incoscienza? Per la medicina egli non doveva sentire, né vedere nulla, tantomeno ricordare qualcosa. Ma interpellato subito dopo il suo risveglio, Matteo riferì invece un ricordo molto preciso e sconvolgente: “Durante il sonno io non ero solo. Ho visto un vecchio. Mi sono visto da lontano, in questo letto, attraverso un buco tondo. Io ero vicino ai macchinari e un vecchio con la barba bianca e vestito lungo e marrone, mi ha dato la mano destra e mi ha detto: ‘Matteo, non ti preoccupare, tu presto guarirai’, e mi sorrideva”.

IL CIELO SPALANCATO

Per la verità il racconto del piccolo Matteo, nella sua interezza, è ancora più sconvolgente. Infatti prosegue così: “Dall’altro lato ho visto tre angeli (…) i loro visi perché erano luminosi. Un altro giorno ho raccontato poi allo zio Giovanni che sempre quella notte ho guarito un bimbo rigido con gli occhi celesti-verdi e i capelli neri e stava sul lettino di un ospedale a Roma. Poi ho ripetuto il sogno alla mia mamma, la mamma mi ha chiesto: come sei andato a Roma? E io ho risposto: ho fatto una specie di volo con Padre Pio che mi teneva la mano e mi ha parlato con la mente, e quando siamo arrivati mi ha chiesto: ‘Vuoi guarirlo tu?’. E io ho detto: come si fa? Così, con la forza di volontà. La mamma mi ha chiesto: come hai capito che eri a Roma? Ho riconosciuto il Luna Park dove ero andato con zio Giovanni”. Conclusione del bambino: “Mi ha guarito Padre Pio”.

Insieme al miracolo, che naturalmente è il fatto più clamoroso e importante, va segnalata la descrizione che il bambino fa del suo stato di pre-morte, quel “mi sono visto da lontano, in questo letto”. E’ una sorta di “prova” sperimentale dell’esistenza dell’anima, anche perché lo stesso tipo di racconto è confermato in una grande quantità di casi analoghi. Jean Guitton scrive: “sono stati studiati i fenomeni che si verificano al momento della morte. Coloro che hanno sfiorato la morte hanno avuto l’esperienza di uno stato di ‘scorporazione’ che può farci capire le esperienze di certi mistici. Il dottor Moody nel suo libro ‘Life after death’, riporta numerose testimonianze…. Tutti hanno confermato che al momento della morte si ha l’impressione di essere staccati dal corpo e di vederlo come un oggetto che si sorvola” (Jean Guitton, “Ritratto di Marthe Robin”).

Naturalmente davanti a tutti questi resoconti certi laicisti saranno pronti a storcere il naso del pregiudizio, ma “contra factum, non valet argumentum”. Il fatto di guarigioni inspiegabili è ben più forte delle opinioni e la scienza medica ha lealmente constatato l’inspiegabile. E l’ha fatto non affermando che si tratta di fenomeni non ancora compresi, ma che un giorno saranno spiegati (come se parlassimo di malattie che ancora non sappiamo come curare, ma un domani diventeranno guaribili), bensì riconoscendo che è accaduto qualcosa che va totalmente contro le leggi della natura. Questa è la razionalità, questo è il realismo. “Chi crede ai miracoli” scriveva Gilbert K. Chesterton “lo fa perché ha delle prove a loro favore. Chi li nega lo fa perché ha una teoria contraria ad essi”.

Antonio Socci


Crudele dolcissimo amore…

ottobre 4, 2007

Tratto da “Crudele dolcissimo amore” di Chiara M.:

Chiara vive a Trento dove ha lavorato per diversi anni come infermiera professionale presso l’ospedale cittadino.

1977:

L’ambulanza sfreccia sull’autostrada mentre le luci dei lampioni come in una dissolvenza sostituiscono man mano l’incupirsi del corto giorno autunnale. Sdraiata sulla barella, sono scossa continuamente da una parte all’altra per l’alta velocità. Accanto a me c’é mia mamma con il volto preoccupato. Sto male e questo viaggio non contribuisce di certo ad alleviare le mie sofferenze.
Guardo sul vetro opaco del finestrino il riflesso della luce azzurra intermittente mentre ripenso a quel pomeriggio in dieci giorni prima…
Quasi terminato il turno di servizio nel mio reparto avevo dovuto farmi iniettare un farmaco per continuare la cura temporanea che fino allora non mi aveva creato problemi. Ma qualcosa andò storto. Il tempo di finire l’endovena e mi sento sconquassare da una valanga di effetti violenti e non comprensibili. Resto sempre cosciente ma vista la gravità immediata della situazione il medico decide di trattenermi in corsia ricoverandomi d’urgenza nel mio stesso reparto…

8 ottobre 1990:

Soli.
Ancora una volta
Inesorabilmente
io e Te.
Su quel muro Tu
Su quel letto bianco io.
Ma chi sei? Ma chi sono? (Chiara M.)

1 gennaio 1998:

Indossare il tuo dolore
annullare il mio
dare voce al buio
a questa lacerante solitudine.
Dammi la mano
entra nel mio cuore
e riposa.
La Luce dolcemente
asciugherà le tue lacrime
e finalmente
sarà PACE. (Chiara M.)

Alla fine dell’atroce sofferenza:

Libera
senza più catene
senza più confini.
Libera
di piangere
di ridere
di vivere
di volare.
Libera
di immergermi
in abissi di dolore senza fine
per poi risalire
vette incredibili
di amore. (Chiara M.)

Da una lettera a Chiara dello specialista che l’ha seguita dagli inizi della malattia:

Carissima Chiara,
(…) Non so se fede e volontà possano effettivamente modificare l’attività del sistema immunitario tanto da alterare l’evoluzione naturale di malattie come la XXX, posso comunque testimoniare che l’evoluzione della tua malattia é stata fortemente condizionata dal tuo modo di affrontarla.

Ogni parola diventa supreflua davanti a una simile testimonianza, vi consiglio la lettura, é un libro di una profondità infinita, incalcolabile, che non vi lascerà indifferenti….


L’unico miracolo a cui é impossibile non credere

settembre 17, 2007

Stefano Paci intervista Vittorio Messori, su “tracce” nel 1999. Il tema dell’articolo é un miracolo, anzi non un mircolo qualsiasi ma il miracolo per eccellenza.

Elogio al materialismo

A stupire, Vittorio Messori è abituato. In un Paese in cui trentamila copie di un volume bastano a fare un bestseller, il suo primo libro, Ipotesi su Gesù, di copie ne ha vendute oltre un milione. Non pago, ha poi “sequestrato” il prefetto dell’ex Sant’Uffizio, l’austero cardinale Joseph Ratzinger, e per una settimana l’ha sottoposto ad un vero e proprio interrogatorio e ne ha registrato le risposte. Non era mai accaduto nella storia della Chiesa, e il libro-intervista Rapporto sulla fede per anni è stato al centro del dibattito sul cattolicesimo. Poi, ha rivolto ad un’altra persona le sue domande, e questa volta si trattava dell’attuale Pontefice, papa Wojtyla. Varcare la soglia della speranza è stato tradotto in 53 lingue.

Ma adesso, forse, Messori ha esagerato. Il suo nuovo libro (Il Miracolo, Rizzoli) ha la pretesa di raccontare che almeno una volta, nella storia, il prodigio per eccellenza, quel miracolo “impossibile” su cui così spesso si ironizza, è avvenuto: un arto tagliato è ricresciuto. Tra le dieci e le undici di sera del 29 marzo 1640 un giovane contadino spagnolo, Miguel Juan Pellicer, si sarebbe risvegliato avendo di nuovo la gamba che gli era stata amputata due anni e mezzo prima. Il miracolo -compiuto per intercessione di Nostra Signora del Pilar, la veneratissima Madonna di Saragozza davanti al cui santuario Miguel Juan aveva per anni mendicato- avvenne nel villaggio aragonese di Calanda, dove il giovane era ritornato per salutare i genitori. Un evento sconvolgente di cui quasi si era persa la memoria.

Difficile da credere? Noi abbiamo fatto la parte dell'”avvocato del diavolo”. Abbiamo cioè posto a Messori, che scrive come un giornalista ma si documenta come un diligente professore universitario, alcune di quelle obiezioni che su questo “miracolo impossibile” formulerebbe l’uomo comune.

I cristiani credono ai miracoli, certo. Ma sembra che Dio si sia sempre dato una specie di limitazione per rispettare la libertà dell’uomo. I prodigi, cioè, non sono mai così clamorosi da rendere automatico il credere. Per spiegarli si può sempre ricorrere a qualche causa scientifica che non è ancora stata scoperta. Questo miracolo, invece, sembra del tutto “impossibile”. Davvero lei crede che una gamba amputata sia rispuntata?

VITTORIO MESSORI: Non lo nego, questo miracolo è sconcertante. Lo è stato anche per me. In realtà anch’io avevo uno schema in testa, e la scoperta di questo prodigio lo ha messo in crisi. Il mio era lo schema di Pascal: Dio non impone la fede, la propone. Mi dicevo: se Dio compisse un “miracolo spettacolo”, se facesse ricrescere un arto tagliato, la nostra libertà sarebbe annullata, saremmo messi con le spalle al muro e dovremmo arrenderci all’evidenza.

Così, quando trovai rari accenni a questo miracolo avvenuto nel paesino di Calanda, non mi sentii spinto ad approfondirlo, non lo presi sul serio. Io stesso non volevo arrendermi fino a quando, studiando i documenti, ho riscontrato l’indubitabilità del fatto. Alla fine ho allargato le braccia: ho accettato il mistero, perché a questo mi costringeva l’evidenza. È il modo più ragionevole per usare la ragione.

Però non era mai accaduto un miracolo simile nella storia: è come se qui, a Dio, fosse sfuggita la mano…

MESSORI: O, se è possibile scherzarci sopra, fosse sfuggita la gamba. Sì, è vero, si tratta di un caso unico: in questo caso Dio è andato al di là di quello che ha sempre fatto, sia prima che dopo. Ho studiato a lungo i 65 miracoli riconosciuti a Lourdes. In tutti ho sempre trovato questa sorta di strategia del Deus absconditus. Anche in quelli più clamorosi ci sono ottime ragioni per credere, ma ci sono sempre scappatoie per non credere. C’è il caso di Peter van Rudder, il belga a cui per miracolo venne ricostruita la gamba spezzata e si riformarono sei centimetri d’osso. Il miracolo però si vede solo con le radiografie, e uno può dire: magari non era rotta davvero. Tanto che Émile Zola, di fronte alla grotta di Lourdes, disse, beffardo: “Qui vedo molte stampelle, ma nessuna gamba di legno”. Invece, almeno una volta nella storia, questo è accaduto: nel santuario di Nostra Signora del Pilar, a Saragozza, fu appesa una gamba di legno.

E, fatto ancor più straordinario, il miracolo è perfettamente documentato: 62 ore dopo l’evento questo fu registrato dal rogito di un notaio reale. Al processo davanti al tribunale dell’arcivescovado di Saragozza sfilarono decine di testimoni giurati, ma migliaia di altre persone avrebbero potuto testimoniare: il prodigio fu un fatto pubblico. Il giovane miracolato era un monco che tutta Saragozza per due anni e mezzo aveva visto tutti i giorni alle stesse ore alla stessa porta chiedere l’elemosina.

Per quanto straordinario, il fatto è attestato in modo così granitico che se negassimo che fino alle ore 22 del 29 marzo 1640 Miguel Juan Pellicer aveva una gamba sola, e mezz’ora dopo ne aveva due, dovremmo negare la storia stessa. Che so, l’esistenza di Napoleone.

D’accordo, un notaio ha certificato il miracolo. Ma il miracolo è accaduto secoli fa, e si sa come andavano le cose in quei tempi. Le testimonianze che lo documentano non saranno poi così certe

MESSORI: Il rogito del notaio reale, il dottor Miguel Andréu, steso seguendo ogni regola del diritto, è inattaccabile. E, sul piano storico, è garanzia di straordinario valore che un evento di questo genere si sia verificato in quel periodo in Aragona, patria dell’Inquisizione spagnola, allora al culmine della sua potenza. L’Inquisizione era un’istituzione dettata dal razionalismo della religione cattolica, ed assai più dell’eresia temeva e reprimeva la superstizione, i falsi miracoli. Era assolutamente implacabile nell’intervenire laddove c’era anche solo semplicemente il sospetto di visionari o di annunciatori di prodigi fasulli. Basti dire che nei secoli in cui l’Inquisizione controlla la Spagna non ci sono notizie di apparizioni mariane, al contrario di quanto avviene in Italia, in Francia o in Germania.

Così nel lungo, rigoroso processo canonico iniziato due mesi appena dopo l’evento nella diocesi di Saragozza, si sente che l’arcivescovo ha sul collo il fiato del grande inquisitore. Basti ricordare che il grande inquisitore di Spagna mise in galera il cardinale arcivescovo di Toledo. Il tribunale dell’Inquisizione veniva chiamato la “Suprema” perché aveva un potere quasi onnipotente, e poteva mettere in difficoltà anche il re.

Il fatto che l’Inquisizione lasci che il processo si svolga e che addirittura si proclami il prodigio, il 27 aprile del 1641, per lo storico è una garanzia assolutamente straordinaria.

Documenti su questo prodigio, dunque, ce ne sono a bizzeffe. Ma documenti risalenti al Seicento hanno la stessa validità storica di una inchiesta fatta oggi?

MESSORI: No, non la stessa: maggiore. Oggi probabilmente quel rigore d’inchiesta storica si è perso, e se volessimo ricostruire la storia sulle pagine dei giornali, staremmo freschi. Il processo non si svolse nel Medioevo, ma un secolo dopo il Concilio di Trento e sotto il pontificato di Urbano VIII che aveva proprio allora emanato nuove, rigorose norme per il riconoscimento dei miracoli. Le regole con le quali si svolge quel processo sono le stesse che verranno usate per più di tre secoli, fino a dopo il Vaticano II. E il problema dell’arcivescovo non fu trovare testimoni, ma limitarne il numero. Il miracolato -un giovanotto di ventitré anni con la gamba tagliata che per due anni e mezzo staziona sempre allo stesso posto, all’ingresso del santuario della Madonna del Pilar, dove per tradizione gli abitanti di Saragozza vanno ogni giorno- era diventato un personaggio che tutti conoscevano. A favore della garanzia storica c’è anche il fatto che non si sia mai levata nessuna voce di dubbio o di esitazione. E tutto questo senza alcun fine di lucro: Calanda non è mai diventata una Lourdes o una Fatima.

E se si fosse trattato di un gemello, o di un sosia di Miguel Juan Pellicer?

MESSORI: Un gemello no, perché i registri parrocchiali di Calanda sono stati conservati, e Miguel Juan Pellicer non aveva alcun gemello. Nelle decine di pagine del processo viene esaminata tutta la situazione familiare e vengono fatte tutte le domande possibili, anche le più insidiose. Un sosia, invece… uscito da dove? E come si fa ad ingannare dei compaesani sospettosi? E, soprattutto, perché? Questo è un miracolo gratuito in cui nessuno ci guadagna nulla, nemmeno la famiglia. Filippo IV, il re di tutte le Spagne -c’era ancora l’impero su cui non tramontava mai il sole- dopo il processo s’inginocchiò a baciare la gamba risanata di questo contadino, ma a Miguel Juan non venne mai data una pensione: muore da mendicante come era vissuto.

Il ragazzo è stato riconosciuto da tutti, ed era stato operato dal più noto chirurgo di Saragozza, il professor Estanga, assistito da due ottimi medici e da tre infermieri: era presente anche un prete, amministratore dell’ospedale. Tutti testimoniarono al processo, parlando anche del luogo in cui era sepolta, secondo le usanze, la gamba tagliata. Coloro che gli facevano l’elemosina hanno ricordato che non solo Miguel Juan non nascondeva la gamba, ma che mostrava il moncone con la ferita cicatrizzata per esortare all’elemosina.

Insomma, secondo lei è impossibile non credere a questo miracolo. È davvero convinto che questa volta non ci sia spazio per l’incredulità?

MESSORI: Non ci sono dubbi e, ripeto, mi sono arreso a fatica. Ho studiato il caso per anni e non ho lesinato tempo, fatica e viaggi. Quello che ho scritto è un libro di storia, una storia che però cozza contro il mistero. Ogni storico farebbe salti di gioia se gli eventi che studia fossero attestati in questo modo, con tale ricchezza e sicurezza documentaria.

Ma se tutto è così evidente, così perfettamente documentato e incontrovertibile, perché un miracolo così clamoroso è stato dimenticato per tanto tempo?

MESSORI: Il 1640 non è un anno come gli altri per la Spagna. Nei manuali di storia è indicato come il discrimine in cui inizia il rapido e rovinoso declino del dominio spagnolo e della sua influenza politica ed economica. Poche settimane dopo el gran milagro, scoppiano due insurrezioni terribili: il Portogallo si distacca dalla Spagna, e contemporaneamente insorge anche la Catalogna. In quell’anno cominciano le disfatte dei reggimenti spagnoli nelle Fiandre. Ci sono insurrezioni anche nell’Italia spagnola: Masaniello guida la rivolta nel Regno di Napoli. È l’anno in cui il conte-duca Gaspar de Olivares, quello citato nei Promessi sposi, scrive al re: “Non sappiamo se l’anno prossimo ci sarà ancora una Spagna”. E arrivarono la peste, la carestia: tutto congiurò perché questo miracolo fosse poco conosciuto al di fuori del Paese. Poi vennero i secoli dell’Illuminismo e dello scientismo, che fecero di tutto per nasconderlo, perché imbarazzante. Era l’esatta risposta a quello che veniva chiesto da tutti i Voltaire dell’epoca: poter vedere una gamba recuperata.

Secondo le testimonianze, la gamba “miracolosa” di Miguel Juan Pellicer non è, se così si può dire, ricresciuta: è proprio la stessa gamba che era stata amputata più di due anni prima -e che, sepolta nella terra, era necessariamente imputridita- ad essere ricomparsa. Una specie di resurrezione della carne avvenuta prima della fine dei tempi. Questo sembra più difficile da credere…

MESSORI: Sì, la gamba fu subito riconosciuta. Aveva tutti i segni, inconfondibili, che c’erano sull’arto amputato: la cicatrice causata dalla ruota del carro che aveva fratturato la tibia nell’incidente che aveva provocato l’amputazione, le tracce del morso di un cane sul polpaccio, i resti di una grossa cisti asportata, due profondi graffi lasciati da una pianta spinosa. Insomma, una gamba tagliata quando già era divorata dalla cancrena e sepolta per due anni e mezzo nel cimitero dell’ospedale di Saragozza, viene reimpiantata di colpo a Calanda, a cento chilometri di distanza. Quando andarono a controllare il posto in cui era stato sotterrato l’arto, trovarono la buca vuota. I primi giorni la gamba, secondo le testimonianze, aveva un aspetto come di carne morta: era fredda, bluastra. Col passare del tempo, e lo scorrere del sangue, tornò normale.

Forse, se questo miracolo è rimasto nascosto per tanto tempo, è perché ne avevamo bisogno proprio noi, uomini di oggi. Perché questo prodigio non è soltanto un segno dell’esistenza di Dio: è un segno di sano materialismo cristiano. E ciò che oggi minaccia il cattolicesimo non è certo il materialismo, ma lo spiritualismo, la gnosi: molta della nuova teologia cattolica è una teologia gnostica.

Questo è un miracolo “teologicamente scorretto” perché contrasta con il regno dello spiritualismo che ci minaccia. Basta un Platone qualunque per credere nell’immortalità dell’anima. I cristiani, invece, credono nella resurrezione dei corpi, proprio ciò che tanta teologia oggi non annuncia più.

Quali sono state le reazioni al suo libro?

MESSORI: Da manuale. Prima ancora che il libro uscisse sono bastati tre annunci dell’editore e Beniamino Placido su la Repubblica ha scritto un articolo dal titolo significativo: Un libro su un miracolo: non vedo l’ora di non leggerlo. Placido, a nome dell’intellighenzia laica, ha detto che si trattava certamente di una bufala, e non bisognava perdere tempo e soldi per leggere un libro così. Rifiuto previo. In realtà, è il credente il vero libero pensatore. Perché ha un concetto di ragione libera da gabbie ideologiche. Come diceva Gilbert Keith Chesterton: “Un credente è un signore che accetta il miracolo, se ve lo obbliga l’evidenza. Un non credente è, invece, un signore che non accetterà neppure di discutere di miracoli, perché a questo lo obbliga la dottrina che professa e che non può smentire”.

E le reazioni da parte cattolica?

MESSORI: Appena il libro è uscito, un guru dell’intellighenzia cattolica, Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, cattolico aggiornato e teologicamente corretto, ne ha fatto una stroncatura feroce su Tuttolibri, l’inserto letterario della Stampa. Anche lui senza confrontarsi con il libro. Ha detto che qualunque cosa ci fosse scritta era “inutile e dannosa”. Inutile, perché quelli come lui, che hanno una fede pura e dura, non hanno bisogno di miracoli; dannosa perché prodigi, madonne, santuari e pellegrini, sono cose alienanti per chi ha una fede “adulta”.

Quando ho letto queste due recensioni, ho sorriso compiaciuto: nel libro avevo previsto esattamente queste reazioni. Ma avevo anche previsto altro: due mesi dopo l’uscita, Il Miracolo era alla quarta ristampa e stanno per essere pubblicate molte traduzioni.


I CONVERTITI SONO INGOMBRANTI

settembre 9, 2007

Tra tutti i credenti, quelli che danno più fastidio, che sono più ingombranti sono i convertiti. Coloro che un momento prima erano magari atei, miscredenti, e un secondo dopo si ritrovano con una fede in Dio fortissima, che risulta impossibile farne a meno.

Convertiti, persone a cui é impossibile dare dei bigotti, persone che sono un vero e proprio miracolo.

In questo post voglio parlare di un famoso convertito, André Frossard: nato nel 1915 in una famiglia con ascendenze ebree e protestanti, ateo convintissimo, il simbolo del suo partito era la falce e il martello, come il padre che era il primo segretario generale del partito comunista francese. Nel libro <Dio esiste io l’ho incontrato> edito in italiano da Sei, racconta di quel colpo di fulmine di quella cosa stupenda che gli é successa, di quell’appuntamento che gli ha cambiato la vita. Aveva infatti 20 anni, quando non sfiorato da alcun dubbio interiore dell’esistenza di Dio, entra in una cappella di Parigi per cercare un amico. Qui “in una silenziosa esplosione di luce” trova all’appuntamento un altro amico che prima d’allora non aveva mai conosciuto: Dio.

André Frossard, non un uomo qualcunque, un pazzoide con allucinazioni ma uno dei più prestigiosi giornalisti del “Figaro”. Accademico, ha pubblicato opere di successo, rivelando doti di narratore, biografo, saggista e commentatore politico.

Vi propongo un pezzo scritto da Frossard, tratto da Dio. Le domande dell’uomo, edito da Piemme:

Mentre spingevo il cancello di ferro del convento io ero ateo. L’ateismo assume molte forme. C’è un ateismo filosofico che assimila Dio alla natura, rifiuta di attribuirgli una personalità propria e cerca ogni soluzione nell’intelligenza umana; niente è Dio, tutto è divino. L’ateismo scientifico scarta l’ipotesi di Dio e tenta di spiegare il mondo con le sole proprietà della materia di cui non ci si deve chiedere l’origine. L’ateismo marxista è ancora più radicale: non si limita a negare Dio, ma, se per caso si facesse vivo, lo metterebbe alla porta, poiché la sua presenza inopportuna sarebbe d’ostacolo al libero gioco della volontà umana. Esiste anche un genere di ateismo largamente diffuso, che io conosco bene perché era il mio: l’ateismo stupido. Questo ateismo non si pone domande. Trova naturale stare una palla di fuoco ricoperta da un sottile involucro fango secco, che ruota a velocità supersonica su se stessa e intorno a una sorta di bomba a idrogeno, trascinata nel movimento rotatorio di miliardi di lampioncini la cui origine è un enigma e la cui destinazione è ignota. Mentre varcavo quella porta ero l’ateo che ho descritto, lo ero ancora all’interno della cappella. Nel gruppo dei fedeli, in controluce, vedevo solo delle ombre, tra cui non riuscivo a distinguere il mio amico; una sorta di sole splendeva in fondo all’edificio: non sapevo che fosse il Santissimo Sacramento. Nessuna pena d’amore mi tormentava, anzi, quella sera dovevo avere un incontro con una nuova fiamma. Non ero preoccupato, non ero curioso. La religione era una vecchia chimera, i cristiani una specie attardata lungo il cammino dell’evoluzione: la storia si era pronunciata per noi, per la sinistra, e il problema di Dio era stato risolto in senso negativo da almeno due o tre secoli. Nel nostro ambiente, la religione sembrava talmente superata che eravamo anticlericali solo in campagna elettorale. E’ allora che è accaduto l’imprevedibile. In seguito, si è voluto a ogni costo farmi ammettere che la fede operava in me fin dall’inizio, che vi ero preparato a mia insaputa, che la mia conversione è stata solo la presa di coscienza repentina di una disposizione mentale che da molto tempo mi destinava a credere. E’ un errore. Se c’era una predisposizione in me, era proprio all’ironia nei confronti della religione e se una sola parola poteva definire la mia disposizione mentale, il termine più adatto era indifferenza. Lo vedo ancora oggi, il ragazzo di vent’anni che ero allora, non ho dimenticato lo stupore che si impadronì di lui quando, dal fondo di quella cappella, priva di particolare bellezza, vide sorgere all’improvviso davanti a sé un mondo, un altro mondo di splendore insopportabile, di densità pazzesca, la cui luce rivelava e nascondeva a un tempo la presenza di Dio, di quel Dio, di cui, un istante prima, avrebbe giurato che mai era esistito se non nell’immaginazione degli uomini; nello stesso tempo era sommerso da un’onda, da cui dilagavano insieme gioia e dolcezza, un flutto la cui potenza spezzava il cuore e di cui mai ha perso il ricordo, nemmeno nei momenti più cupi di una vita investita più di una volta dall’orrore e dalla disgrazia; non ha altro compito, da allora, che quello di rendere testimonianza a questa dolcezza e a questa straziante purezza di Dio che quel giorno gli ha mostrato per contrasto di che fango era fatto. Mi chiedete chi sono? Posso rispondervi: sono un composto alquanto torbido, intriso di nulla, di tenebre e di peccato, che per una forma insinuante di vanità potrebbe attribuirsi più tenebre di quanto sia possibile contenere e più peccati di quanto sia possibile commettere; per contro, la mia parte di nulla è indiscutibile, è la mia sola ricchezza, lo so, è come un vuoto infinito offerto all’infinita generosità di Dio. Questa luce, non l’ho vista con gli occhi del corpo, poiché non era quella che ci rischiara o ci abbronza: era una luce spirituale, cioè una luce maestra, era quasi la verità allo stato incandescente. Ha definitivamente capovolto l’ordine abituale delle cose. Potrei addirittura dire che, da quando l’ho intravista, per me non esiste che Dio e tutto il resto non è che un’ipotesi. Mi hanno detto tante volte: ” Dov’è finito il suo libero arbitrio? Sembra proprio che di lei si possa fare quel che si vuole. Suo padre è socialista, e lei diventa socialista. Entra in una chiesa, e diventa cristiano. Se fosse entrato in una pagoda, sarebbe buddista e se fosse entrato in una moschea sarebbe musulmano “. Al che mi permetto talvolta di rispondere che mi succede di uscire da una stazione senza per questo essere un treno. Quanto al mio libero arbitrio posso affermare di averne disposto soltanto dopo la mia conversione, quando ho capito che solo Dio era in grado di salvarci da tutte le forme di asservimento a cui, senza di lui, saremmo inesorabilmente condannati. Insisto. Fu un’esperienza oggettiva, fu quasi un esperimento di fisica, e io non ho da trasmettervi niente di più prezioso di questo messaggio: al di là, o meglio attraverso il mondo che ci circonda e di cui facciamo parte, esiste un’altra realtà, infinitamente più concreta di quella a cui generalmente facciamo credito, e questa realtà è quella definitiva, dinanzi alla quale non ci sono più domande.

E concludo nello stesso modo con cui ha concluso Frossard il libro della sua conversione: <Amore, per parlare di te sarà troppo corta l’eternità>.


FATIMA: c’é un QUARTO segreto da RIVELARE

settembre 4, 2007

Lo scorso 22 novembre é stato pubblicato il nuovo libro di Antonio Socci dal titolo <il quarto segreto di Fatima> edito da Rizzoli. Un libro che ha acceso tante discussioni, anche all’interno della chiesa stessa. Qui di seguito vi propongo una piccola presentazione del libro tratto dal sito personale di Antonio Socci (http://www.antoniosocci.it) e poi un articolo di Vittorio Messori che esprime il suo personale parere sul libro, il 21 novembre su <il corriere della sera>.

DAL 22 NOVEMBRE IN TUTTE LE LIBRERIE IL NUOVO LIBRO DI ANTONIO SOCCI
Il 13 maggio del 2000 il Vaticano rivela al mondo, con una ufficialità senza precedenti nella storia della Chiesa, il Terzo segreto di Fatima: la visione di un ‘vescovo vestito di bianco’ che sale in mezzo ai cadaveri verso una croce, dove viene ucciso da alcuni soldati. Subito collegato all’attentato del 13 maggio 1981, l’annuncio tanto atteso delude molti. Possibile che un messaggio tenuto nascosto così a lungo, e con tanta cura, si riferisca a un evento già accaduto? Perché allora aspettare quasi altri vent’anni prima di comunicarne il contenuto? Chi è realmente il vescovo vestito di bianco? Perché quel lungo silenzio e quell’isolamento imposti a suor Lucia dal 1960? E come si spiegano certe sue parole? C’è un Papa martire nel futuro prossimo della Chiesa? Perché tanti particolari della ricostruzione ufficiale sono stati contestati? Pian piano le domande imbarazzanti cominciano ad accumularsi e molti indizi delineano un altro quadro, un’altra scottante verità: forse una parte del messaggio della Madonna non è mai stata pubblicata perché troppo sconvolgente. E’ la parte che inizia con una famosa frase della Santa Vergine che suor Lucia ha lasciato in sospeso. In questo libro si tenta di ricostruire queli possono essere i contenuti di questo discorso della Madre di Dio che tanto ha sconvolto chi lo ha letto e che rimane tuttora segreto.

FATIMA C’È UN QUARTO SEGRETO DA RIVELARE di Vittorio Messori su il corriere della sera

Quando suor Lucia, la veggente di Fatima, morì nel monastero di Coimbra, il 13 febbraio 2005, la sua cella fu subito sigillata. La religiosa aveva scritto molto e si sapeva che teneva un diario che aveva mostrato solo al suo confessore. Meglio, dunque, chiudere quella porta ed evitare dispersione di documenti prima di un sopralluogo delle autorità ecclesiali.

La pubblicazione della notizia non piacque ad Antonio Socci, che accusò di «dietrologia», di ricerca di scoop inesistenti, coloro che la pubblicarono, convinto che tutto ciò che c’era da sapere su Fatima fosse ormai di dominio pubblico. Per lui, non c’era più alcun «segreto», dopo la dichiarazione del cardinal Sodano, il 13 maggio del 2000, e dopo la pubblicazione del testo manoscritto, con un commento del prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il 26 giugno dello stesso anno. Ma, poi, il giornalista e scrittore toscano ha cambiato parere e pubblica ora un libro, in uscita domani («Il quarto segreto di Fatima», Rizzoli, pp. 252, e 17), che inizia ritrattando, con indubbia onestà, la convinzione che ogni parola pronunciata dalla Apparsa nel 1917 sia stata ormai rivelata dalla Chiesa. Dopo avere respinto la pubblicistica, soprattutto di parte lefebvriana o sedevacantista, che sospettava il Vaticano di non avere svelato i veri contenuti del messaggio, Socci ha deciso di esaminare le ragioni di chi diffidava. E ha finito per convincersi che qualcosa di molto importante ci è stato celato.

In sintesi, la sua tesi è che la parte rivelata del segreto (quella del «vescovo vestito di bianco» che cade ucciso «da fucilate e frecce») sia autentica, ma costituisca solo un frammento. Nella sua interezza, il messaggio conterrebbe parole terribili sulla crisi della fede, sul tradimento di parte della gerarchia, sugli eventi catastrofici che attenderebbero la Chiesa e, con essa, l’umanità intera. Giovanni XXIII e Paolo VI – sia per scetticismo, sia per non fornire argomenti ai critici del Concilio – avrebbero impedito la pubblicazione del testo. Giovanni Paolo II e il suo braccio destro teologico, Ratzinger, sarebbero stati bloccati dal rifiuto dei predecessori e dalla indisponibilità di gran parte dell’episcopato alla «consacrazione» della Russia chiesta dalla Vergine. Così, nel 2000 si sarebbe fatto ricorso a un escamotage: rivelare una sola parte del testo, facendo credere per giunta che si riferiva al passato. Gli altri contenuti sarebbero stati svelati «non esplicitamente bensì implicitamente», in omelie, discorsi, documenti di Papa Wojtyla e del prefetto della Fede. Che chi poteva intendere, intendesse.

Che dire di simili ipotesi? Per aiutare a capire, vorremmo dare una testimonianza che va al di là della dimensione personale, ma coinvolge in pieno inchieste come questa di Socci. Succede infatti che, da molti anni, innumerevoli pubblicazioni, in molte lingue, si dedicano all’esegesi delle parole su Fatima pronunciate nel 1984 da Joseph Ratzinger (che, a mia precisa domanda, disse di avere letto il terzo segreto) e da Giovanni Paolo II dieci anni dopo. In entrambi i casi, quelle parole sono state pronunciate nelle interviste raccolte e pubblicate dal cronista che qui scrive. Anche Antonio Socci dà largo spazio all’analisi, spinta sino alle minuzie, di «Rapporto sulla fede» e di «Varcare la soglia della Speranza». Giunge ad esempio sino a trarre conseguenze importanti da un «dunque» che appariva nella sintesi dell’intervista a Ratzinger che anticipai sul mensile «Jesus» e che non apparve nel libro che uscì alcuni mesi dopo. In altre occasioni, disquisisce sulle possibili letture di un aggettivo o sulla intonazione di una frase.

Ma anche i riferimenti a Fatima sparsi nel colloquio con Giovanni Paolo II sono scrutati con la lente, per individuarvi eventuali significati sottaciuti, quasi in codice. Come dicevo, una simile esegesi di quei libri è stata (ed è tuttora) praticata da molti, nel mondo intero, talvolta con un accanimento maniacale. Colgo, dunque, l’occasione permettere in guardia da simili analisi, che non sono giustificate dalla genesi di quelle interviste, soprattutto quella con il futuro Benedetto XVI.

«Rapporto sulla fede» nacque da oltre venti ore di registrazione. Mi fu data, poi, ogni libertà redazionale; con il solo, ovvio impegno, di sottoporre al cardinale il manoscritto che avrei ricavato dal lunghissimo colloquio. Il testo fu approvato senza quasi ritocchi, così come erano stati approvati dallo stesso interessato i preannunci su «Jesus». Il prefetto della Fede volle presentare di persona il libro in una tumultuosa conferenza stampa e volle, bontà sua, ringraziarmi pubblicamente per la «fedeltà» con cui avevo riferito il suo pensiero. Una «fedeltà», però, che non mi aveva impedito di impastare con energia il voluminoso materiale, dandogli forma in uno schema, anche con aggiunte e ritocchi tratti da pubblicazioni e documenti precedenti del cardinale. Un editing in profondità, dunque, il cui risultato peraltro soddisfece il mio interlocutore, che in quelle pagine disse sempre, in ogni sede, di riconoscersi.

Qualcosa del genere, anche se in modo più discreto, avvenne per il libro con Giovanni Paolo II. Il quale rispose alle mie 35 domande scrivendo a mano, in polacco. Il manoscritto mi fu consegnato in una traduzione italiana con tali limiti che mi occorse un paio di mesi per dargli una forma passabile, talvolta chiedendo lumi all’autore, avendo come intermediario il portavoce Navarro Valls. Pure qui, dunque, ha avuto il suo posto (e non solo sulla forma letteraria) un editing robusto, anche se il risultato finale – ancora una volta – fu approvato senza riserve, al punto che Papa Wojtyla a lungo regalò copie del libro ai suoi ospiti e lo citò con convinzione in sue pubblicazioni successive.

Che Socci, dunque, e tutti gli altri indagatori dei rapporti tra gerarchia e Fatima ne siano finalmente consapevoli: nelle loro ricostruzioni, molte delle fonti – a cominciare dalle due, giudicate da essi essenziali, di Ratzinger e di Wojtyla – appartengono a un genere letterario dove l’esegesi letteralista non è ammissibile. E dove un sostantivo, un aggettivo, un avverbio risalgono spesso a scelte del redattore e non del protagonista, anche se questo ha poi approvato. Improbabile, dunque, magari ingannevole – seppure in ottima fede – la certosina fatica di Socci? Deliramenta, i suoi, come appaiono anche a lui certi estremismi dei «fatimiti»? No, non ci pare che sia così. Pur con forzature, o ingenuità, derivate dall’affastellamento delle ipotesi più diverse, queste pagine possono rendere pensosi. E vanno comprese – almeno in una prospettiva di fede – le loro intenzioni: il desiderio (si direbbe, talvolta, l’affanno) di sapere quali siano davvero gli avvertimenti che il cielo avrebbe voluto farci giungere. E la preoccupazione di risparmiare alla Chiesa conseguenze devastanti, qualora la «censura» ipotizzata del testo consegnato da suor Lucia fosse impugnata da avversari malevoli.


La moglie racconta il marito, una delle penne più prestigiose: Vittorio Messori

settembre 2, 2007

Vittorio Messori, una delle penne italiane più prestigiose, scrittore di best e longseller conosciuti in tutto il mondo, viene raccontato dalla moglie Rosanna Brichetti, intervistata da Stefano Lorenzetto su <il Giornale> il 27 maggio.

Suo marito è l’unico italiano vivente citato da Benedetto XVI – di più: raccomandato alla lettura – a pagina 64 del Gesù di Nazaret da poco in libreria. Suo marito è l’unico giornalista al mondo ad aver intervistato due Pontefici: quello che sedeva sul soglio di Pietro, Karol Wojtyla, e quello che gli sarebbe succeduto, Joseph Ratzinger. Suo marito è l’unico scrittore al quale Time, il primo newsmagazine del pianeta (4 milioni di abbonati solo negli Stati Uniti) e anche il più antipapista, si sia sentito in obbligo di chiedere qualche settimana fa un ritratto del Vicario di Cristo per inserirlo fra i 100 uomini più influenti della Terra.
Suo marito è Vittorio Messori e lei potrebbe accontentarsi d’essere soltanto sua moglie. Invece Rosanna Brichetti è una Messori al femminile, stessa fede granitica, stesso ardore apologetico, stessa capacità di scrittura, «però con tre lauree, giurisprudenza, teologia e sociologia, mica come me che ne ho una sola», ne decanta le qualità intellettuali con ironica ammirazione il consorte. Lei lo ripaga chiamandolo Mèssori, il cognome sdrucciolo che Ernesto Gagliano, capocronista di Stampa Sera, storpiò a bella posta a quel giovane praticante, con uno spostamento d’accento che avrebbe dovuto farlo sentire in soggezione.

Certo non può, e nemmeno vuole, questa moglie premurosa e discreta competere con l’ingombrante longsellerista che si ritrova per casa, così viene chiamato in gergo chi continua a vendere i propri libri anche a distanza di anni. Ipotesi su Gesù, per dire, l’opera prima di Messori uscita nel 1976, un successo da oltre un milione e mezzo di copie, tradotto persino in arabo, cinese e coreano, viene tuttora richiesto ogni anno da 20.000 lettori. E così gli altri, da Scommessa sulla morte a Patì sotto Ponzio Pilato? fino a Ipotesi su Maria. A questa editoria della fede Rosanna Brichetti contribuisce adesso con Credere per vivere (Sugarco), il personalissimo catechismo di una donna passata dalle formule di San Pio X all’agnosticismo e infine tornata nella Chiesa.

La moglie di Messori è del 1939. Ha due anni più del marito. «Ho visto tutto», dice, riferendosi agli inganni ma anche alle speranze del XX secolo. È cresciuta a Treviglio, dove il padre, un commerciante sceso da Ponte di Legno, sposato con una ragioniera, aveva aperto una segheria. I nonni materni avevano rilevato dal boemo Peck la celebre gastronomia di Milano. Ha avuto per compagno d’infanzia Ermanno Olmi, il regista dei cento chiodi conficcati nei libri e dello slogan «Le religioni non hanno mai salvato il mondo» che campeggia sulla locandina del suo ultimo film. Anni luce dai Messori. Sulla porta della loro abitazione, nel centro storico di Desenzano del Garda, ti accoglie subito il mistero: una formella del quadrato magico di Pompei salvatosi dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo, formato da cinque parole di cinque lettere scolpite una sotto l’altra – sator, arepo, tenet, opera, rotas, cioè «il seminatore Arepo tiene con cura le ruote» – che si possono leggere in tutte le direzioni, ma che disposte a croce formano due «Pater noster», e quindi un quadrato tutto diverso, con inserite negli angoli le due «a» e le due «o» rimanenti, l’Alfa e l’Omega di cui narra l’ultimo capitolo dell’Apocalisse, Gesù, «il Primo e l’Ultimo, il principio e la fine». Quando si decideranno a scrivere, stavolta a quattro mani, la storia della loro vita, sarà un altro best seller.

Viene da una famiglia cattolica?

«Sì, a differenza dei Messori, modenesi di Sassuolo, anticlericali per antica tradizione. Ho frequentato elementari, medie e liceo classico in istituti religiosi. Alla fine ne avevo fin sopra i capelli di preti e suore. Non mi avevano mai parlato di Gesù Cristo: solo di calze grigie, di gonne sotto il ginocchio e di camicette a maniche lunghe. Se volevo vivere, dovevo uscire da quell’ambiente. Così ho fatto un’immersione nel mondo. Per tre-quattro anni mi sono tenuta alla larga dai sacramenti».

Succede.

«È la difficoltà di tutti: Cristo ti apre il cuore, ma la morale cattolica ti spaventa, ti chiude in gabbia. E quando poi mi sono riavvicinata alla fede sull’onda degli entusiasmi postconciliari, ho rischiato di diventare una cosiddetta cristiana adulta. Niente di più facile per una ragazza specializzata in sociologia con una tesi sul femminismo, che aveva lavorato al Censis col professor Giuseppe De Rita e girato l’Italia a raccogliere pareri sulla legge Basaglia e la chiusura dei manicomi per conto dell’Istituto per gli studi sui servizi sociali. È stato Vittorio a farmi riscoprire la bellezza della tradizione».

Quando vi siete conosciuti?

«Ci trovammo entrambi a frequentare il corso triennale di teologia alla Pro civitate christiana di Assisi. Lui non sapeva nulla di religione, s’era convertito da poco, a 24 anni, per quella che definisce “un’evidenza del cuore” seguita alla lettura dei Vangeli. È stato la delusione dei suoi maestri. S’era laureato con una tesi sulla storia del Risorgimento, relatore Alessandro Galante Garrone, che l’avrebbe voluto come suo assistente, e due sottotesi discusse con Norberto Bobbio e Luigi Firpo. La trimurti del laicismo duro e puro. L’avevano allevato per farne l’autore di riferimento dell’Einaudi».

Ha deluso anche la madre Emma.

«Per me è stata una suocera nel senso tradizionale del termine. La tipica mangiapreti. Era allergica al clero, non a Gesù. Gli emiliani son fatti così: vivono i valori evangelici, ma guai se gli dici che sono valori cristiani. Lo stesso Vittorio tutto avrebbe voluto tranne che diventare cristiano. Andava a messa di nascosto per la vergogna. Quando la mamma lo scoprì, pretendeva di farlo visitare da un medico, pensava che fosse in preda a un esaurimento nervoso. Ma era una brava donna, è morta bene, sicuramente si trova in paradiso. Solo che aveva il carattere di suo figlio».

Vale a dire?

«Non facile. Ruvido, al primo impatto. Ma se lo lasci un attimo schiumare, è buonissimo, generoso. Ogni tanto cerca di fare il prepotente, ma non ci riesce. Mi dice sempre: “Sta’ tranquilla, quel Gesù Cristo in cui crediamo noi lo incontreremo”».

Che cosa la colpì in lui?

«La lucidità intellettuale».

Come maturò la decisione di sposarvi?

«È una storia lunga e sofferta, che non abbiamo mai raccontato. Nei tre anni passati ad Assisi legammo molto. C’era attrazione reciproca, ma avevamo due caratteri troppo forti. Per cui alla fine del corso ci separammo. Io andai a Roma, lui tornò a Torino. Non ci vedemmo per sette anni. Per lui la delusione fu così cocente che pensò di porvi rimedio sposando un’altra donna. Questo accadde nel 1972. Presto s’accorse d’aver agito in stato di costrizione psicologica, senza la necessaria libertà di consenso, e chiese la nullità del matrimonio».

Che la Rota romana prontamente gli accordò.

«Il contrario. Proprio perché era Messori, ci fu un eccesso di scrupolo del tribunale ecclesiastico, che non voleva essere sospettato di favoritismi. Per cui la sua istanza venne respinta nei tre gradi di giudizio. Nel frattempo eravamo tornati insieme. Ma vivevamo in case separate, come fratello e sorella. Vittorio avvisò di questa sua condizione sia Ratzinger che Wojtyla, prima di accingersi a intervistarli, e loro non ebbero alcunché da ridire, essendo ineccepibile dal punto di vista canonico e morale. Fino a che il futuro cardinale Mario Pompedda, che aveva svolto le funzioni di pubblico ministero nei processi ma in coscienza s’era convinto che il matrimonio fosse nullo, stese di suo pugno una supplica al Papa per la riapertura del caso. Fu il cardinale Ratzinger a consegnarla a Giovanni Paolo II. Ne seguirono altre due cause alla Rota romana».

Neanche Carolina di Monaco…

«Un martirio durato 22 anni. Con Vittorio che dovette sottoporsi all’umiliazione di almeno sei o sette perizie. Persino la moglie alla fine testimoniò che era d’accordo sulla nullità del loro matrimonio. Frattanto io avevo smesso di frequentarlo, per non dare scandalo. E pregavo: Signore, senti, se non vuoi che ci sposiamo, significa che va bene così, sia fatta la tua volontà. Amo la Chiesa più della mia stessa vita, Cristo e la missione di Vittorio sopravanzano di gran lunga il valore della mia persona. A 57 anni, quando ormai pensavo di ritirarmi in un eremo, giunse la sentenza di nullità. E nel 1996 mi portò all’altare».

Ma lei perché era tornata alla fede?

«Per un dolore. La prima tragedia della mia vita: una storia d’amore bruscamente interrotta. Cominciai a riflettere sul significato dell’esistenza. Un giorno mi ritrovai davanti alla Madonna delle Lacrime. È un santuario dove nel 1522 il generale Lautrec, che assediava Treviglio, lasciò la sua spada e il suo elmo ai piedi dell’altare dopo aver visto un affresco della Vergine che piangeva. Ma non ero in grado di pregare, mi sentivo svuotata. Ci tornai per un mese intero. Stavo lì per ore nella semioscurità a fissare l’ostia. Solo dopo ho capito che il silenzio è lo stato d’eccellenza per l’incontro con Dio».

E come avvenne l’incontro?

«Fu un’illuminazione: quella particola mi riguardava, Cristo era morto anche per me. Contavo per qualcuno. Magari non per il mio fidanzato, ma per Dio sì. Da quell’istante la mia vita è cambiata. La precisa sensazione che perfino i capelli del mio capo erano tutti contati dal Padre non mi ha mai più abbandonata, ha dato un senso ai miei giorni, mi ha fatto sorgere il desiderio di dirlo agli altri».
Credere per vivere, lei scrive. Ma i più vivono senza credere.
«O credono senza saperlo? Di atei convinti ne ho conosciuti ben pochi. Perché un conto è credere con la ragione che Dio esista e un altro conto è sentirsi in relazione con lui. Lo Spirito prega con gemiti inesprimibili, scrive San Paolo, anche in chi dice di non credere o non sa di credere».

Lei e suo marito siete mariologi appassionati. Non le sembra strano che piangano sempre le Madonnine di gesso e mai la Pietà di Michelangelo?

«E perché la Madonna di Fatima apparve a tre pastorelli e non a un vescovo o a un giornalista? A Roma ci sono migliaia di Madonne stupende, eppure nessun romano va a pregare davanti alla Pietà. L’oggetto di devozione più intensa è la Madonna del Divino Amore, un affresco scrostato del ‘500, in una cappelletta diroccata nella campagna malarica. “Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles”, canta Maria nel Magnificat, il Signore ha scacciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. Sono due, sostiene Benedetto XVI, i pioli apologetici: la bellezza delle anime e la bellezza delle cose. La santità e l’arte».

Perché nel 1985 l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio scelse proprio suo marito come intervistatore?

«L’iniziativa partì da Vittorio. Si ritirarono d’estate nel seminario di Bressanone, dove il cardinale Ratzinger trascorreva le vacanze. E uscì questo libro, Rapporto sulla fede, per il quale Vittorio ricevette persino minacce di morte, orribili telefonate notturne fatte da apostoli del dialogo, tanto che fu costretto a rifugiarsi per qualche tempo in un convento dei barnabiti in Alta Brianza. Non gli perdonavano d’aver dato voce al Grande Restauratore che aveva firmato l’istruzione contro la “teologia della liberazione”, d’avergli consentito d’affermare che il marxismo era “la vergogna del nostro tempo”».

Da allora è rimasto «Messori il reazionario».

«A me vien da ridere quando gli danno dell’integralista. Essendosi convertito alla fine del Vaticano II, mio marito non può certo essere nostalgico della messa in latino, alla quale non ha mai partecipato. La Chiesa di Pio XII non l’ha proprio conosciuta. Lui combatte gli abusi che derivano da una lettura faziosa dei documenti conciliari».

E la successiva intervista con Giovanni Paolo II come nacque?

«Wojtyla aveva letto tutti i libri di Vittorio e aveva fatto tradurre Ipotesi su Gesù in polacco. Nel settembre 1993 lo invitò a pranzo a Castel Gandolfo e gli chiese se fosse disponibile a intervistarlo per Raiuno. C’era già un regista pronto, Pupi Avati, e il programma era opzionato da 102 reti tv del globo. Mio marito lo dissuase: “Santità, abbiamo bisogno di un Papa, di un maestro che ci guidi, non di un’opinionista televisivo. Questa non è la crisi della Chiesa. È la crisi della fede: non si crede più”».

Che coraggio.

«E infatti Wojtyla, che era un mistico ottimista, se ne ebbe a male. “Non sono d’accordo con lei!”, battè il pugno sul tavolo. Ma poi ci rifletté e l’intervista tv fu cancellata, nonostante Vittorio gli avesse spedito un fax tutto pasticciato con le domande. A Pasqua dell’anno dopo squillò il telefono. Era Joaquín Navarro-Valls, il portavoce del Papa, che chiedeva a Vittorio di raggiungerlo all’aeroporto di Verona. Mio marito andò e lo condusse qui a Desenzano, in una pizzeria. “Sa che cosa c’è in questa valigetta?”, gli chiese Navarro-Valls addentando una quattro stagioni. “Qui dentro c’è un manoscritto quale non s’è mai visto nella storia”. Ogni sera, per mesi, Wojtyla aveva tirato fuori dal cassetto il fax di Vittorio e risposto in polacco alle domande. Alla fine aveva chiuso il tutto in una cartellina bianca con le insegne papali, scrivendoci sopra di suo pugno “Varcare la soglia della speranza”».

Il titolo del libro.

«”Il Santo Padre mi ha detto di consegnarglielo e di riferirle che lei può farne ciò che vuole”, concluse Navarro-Valls. Vittorio ci lavorò due mesi, anche per mitigare qui e là il tono risentito delle risposte. Traspariva la sorpresa di Giovanni Paolo II per alcune domande. La più sfrontata era: “Ma crede davvero d’essere il Vicario di Cristo? E come fa a reggere questo peso?”».

Molto diretto.

«Voleva evitare i quesiti da vaticanista sul matrimonio dei preti o quelli politicamente corretti, tipo il Papa e i giovani, il Papa e la pace… Gli pose gli interrogativi che assillano l’uomo postmoderno: il Vangelo è solo un’accozzaglia di leggende orientali? Sa, Vittorio sostiene che molti teologi sarebbero lieti se in Israele venissero scoperte le ossa di Gesù».

E perché mai?

«Perché così avrebbero la conferma che non è risorto, come vanno insegnando da tempo. Ma almeno si convincerebbero che è realmente esistito».